Il Blog di MARIO ONESTI

Il Blog di MARIO ONESTI L'Impegno e la Coerenza di una Vita


25 Aprile 2015 – 70° della RESISTENZA

Autore: MARIO ONESTI | Scritto in: Argomenti vari, Internet, Primo piano, Società Giovedì Apr 23,2015

Festa della LIBERAZIONE

Resistenza e Partigiani

Non c’è una data che stabilisca quando la resistenza iniziò. Come scrisse Piero Calamandrei, semplicemente, «Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini». La lotta partigiana in Italia fu caratterizzata dall’impegno unitario di tutto il fronte delle opposizioni che il fascismo con la violenza e la persecuzione aveva tentato di stroncare con ogni mezzo. Cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici, trovarono intesa ideale e organizzativa sotto il comune obiettivo della democrazia e della libertà. È in quella scelta che si trovano le radici dell’Italia repubblicana. È grazie a quella scelta, infatti, che venne a costituirsi il Comitato di Liberazione nazionale che dopo la cacciata dei nazisti e del fascisti fu la culla per il primo parlamento democratico e la fucina feconda della nostra Costituzione.

Donne nella Resistenza

11 gennaio 201 – Il contributo femminile alla Lotta di Liberazione è importante non solo numericamente, ma per le conseguenze, culturali e sociali prima e politiche poi, che ebbe.

Le donne irrompono sulla scena e scelgono da che parte stare divenendo soggetti attivi dei cambiamenti storici. Votano per la prima volta alle elezioni politiche del 2 giugno 1946 per eleggere l’Assemblea Costituente e scegliere in referendum se l’Italia deve rimanere una monarchia o divenire una repubblica.

L’esperienza resistenziale sarà dunque determinante per le donne italiane che, dal ’45, promuoveranno instancabilmente il loro coinvolgimento attivo nella vita politica del paese per conquistare diritti legali, economici e politici.

La Resistenza italiana

25 dicembre 2010 – La Resistenza italiana si inquadrò nel più vasto movimento di opposizione al nazifascismo sviluppatosi in tutta Europa, ma ebbe connotazioni particolari.

Nei Paesi sconfitti militarmente e occupati dai nazifascisti (es. Francia, Belgio, Danimarca, Olanda, Norvegia, Grecia, Jugoslavia, Albania) la Resistenza costituì una seconda fase della guerra che li aveva coinvolti.

   L’Italia al contrario, sotto la guida dittatoriale del Fascismo era rimasta sino all’8 settembre 1943 alleata del Reich nazista di Hitler, e come tale aveva partecipato alla guerra di aggressione ed era stata a sua volta potenza occupante.

   Qui la Resistenza sorse quando – caduto il Regime Fascista il 25 luglio 1943 e firmato l’armistizio con gli Alleati, reso pubblico l’8 settembre dello stesso anno – le forze politiche antifasciste, che si erano riorganizzate, chiamarono il popolo a raccolta per cacciare i fascisti e i tedeschi.
Questi ultimi avevano occupato in pochi giorni il Paese, disarmando e catturando in Italia e all’estero deportandoli poi nei lager, 700 mila soldati italiani, lasciati senza ordini e direttive dal Re Vittorio Emanuele III, dal governo diretto dal Maresciallo Badoglio e dallo Stato Maggiore.
Non si trattò, per l’Italia, di continuare una guerra perduta, bensì di cominciarne una nuova, una guerra di Liberazione sia dall’occupante tedesco che dai fascisti repubblichini.

Costituirono il movimento di Resistenza forze eterogenee, diverse tra loro per orientamento politico e impostazione ideologica, ma unite nel comune obiettivo di cacciare il nazifascismo e di conquistare la libertà. Attorno ad esse si riunirono persone diverse per età, censo, sesso, religione, tra le quali erano personalità di spicco dell’antifascismo – che avevano avversato e combattuto il Fascismo durante il ventennio, spesso pagando con galera, esilio, confino. Taluni partecipando alla guerra antifascista in Spagna (1936-1939).

La Resistenza italiana

25 dicembre 2010 – Accanto a loro i militari che durante la guerra avevano conosciuto dal vivo la rovinosa demagogia del Regime, giovani e giovanissimi che rifiutavano l’arruolamento nelle file del nuovo Fascismo repubblicano e che, di fronte alla durezza dell’occupazione tedesca, sceglievano la via dell’opposizione e della lotta. Il movimento fu fortemente unitario, pur mantenendo ogni forza partecipante la propria specificità e la propria visione politica. Talune contrapposizioni iniziali finirono per essere superate e accantonate nel corso della guerra, per dare spazio, sul piano politico e su quello militare, a larghe intese che consentirono di definire i comuni obiettivi e di sviluppare un coordinamento sempre più puntuale, efficace e incisivo. I maggiori partiti antifascisti organizzati – Partito Comunista, Partito Socialista, Democrazia Cristiana, Partito d’Azione, Partito Democratico del lavoro, Partito Liberale – costituirono il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) cui venne attribuita la direzione politica della lotta e nel seno del quale i comitati militari assunsero la responsabilità dell’organizzazione delle forze che andavano raccogliendosi in città e in montagna. Si trattò naturalmente, di uno sviluppo complesso e difficile, sovente frammentario; la spontaneità di molte iniziative, le condizioni di clandestinità e segretezza in cui si doveva operare, le difficoltà di collegamento, l’aleatorietà dei contatti, la scarsità di mezzi, i duri colpi inferti dai nazifascisti, tutto ciò mise a dura prova l’obiettivo delle forze patriottiche. I nazifascisti sin dall’inizio scardinarono centri politici e operativi, catturando e torturando membri e responsabili del movimento, e con estesi rastrellamenti attaccarono in montagna i primi nuclei armati e le prime bande partigiane. Ciò malgrado, il movimento di Resistenza si consolidò e si estese, si radicò gradualmente sul territorio, trovò consenso e sostegno in gran parte della popolazione, resse alla prova dei tanti arresti, delle torture, delle deportazioni nei Lager nazisti, delle fucilazioni, delle rappresaglie sui civili.

   Regione per regione, zona per zona, la presenza delle formazioni partigiane nelle vallate e sulle montagne si fece sempre più massiccia e dalle bande iniziali si passò a ben organizzate brigate (le “Garibaldi”, le “Giustizia e Libertà”, le “Matteotti”, le “Mazzini”, le “Autonome”, etc.) mentre nelle città prendevano vita le SAP (Squadre di Azione Patriottica) e i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), dediti a operazioni di reclutamento di sabotaggio, ad azioni di guerriglia urbana, ad attività propagandistica e di reclutamento, sostenuti da movimenti di grande impegno quali i Gruppi di Difesa della Donna (GDD) e il Fronte della Gioventù (FdG). Già nei primi giorni dell’occupazione tedesca seguita all’8 settembre 1943, data dell’armistizio tra Italia e potenze alleate, si erano verificati scontri: reparti militari avevano reagito al tentativo di disarmo da parte dei tedeschi. Anche se si trattò di azioni sporadiche, di limitata rilevanza e votate all’insuccesso vista la sproporzione di forze e d’armamento (la più significativa tra di esse avvenne a Roma a Porta San Paolo, ove reparti militari italiani e civili antifascisti si unirono per contrastare combattendo le forze tedesche d’occupazione) esse furono significative d’uno stato d’animo e di una volontà che andavano estendendosi tra la popolazione, accentuandosi man mano che l’esercito tedesco, pressato dall’avanzata anglo-americana nel Sud e Centro Italia, andava ripiegando verso Nord. Le Quattro Giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) videro una spontanea rivolta di popolo che con sacrifici ed eroismo ebbe la meglio sulle truppe tedesche e liberò la città prima dell’arrivo delle forze “Alleate”. Ma fu in tutto il territorio del Centro-Nord, occupato dai tedeschi, che il movimento di Resistenza si dispiegò, vanamente contrastato con determinazione e ferocia, da nazisti e fascisti. Furono mesi di passione e anche di terrore.

La Resistenza italiana

25 dicembre 2010 – I nazifascisti si opposero alla Resistenza, che li minacciava con azioni di guerriglia e sabotaggi, scatenando brutalità disumane che colpirono le forze della libertà e le popolazioni civili: rappresaglie ed eccidi si moltiplicarono, vennero compiute vere e proprie stragi, come a Boves in provincia di Cuneo, alle Fosse Ardeatine a Roma, a Sant’Anna di Stazzema in Versilia, a Marzabotto sull’Appennino emiliano, alla Benedicta sull’Appennino ligure-piemontese, a Bergiola e Vinca del Carrarese (ma non sono che pochi esempi tra le molte decine). Le SS (Schutz Staffen, formazioni paramilitari naziste che al termine del conflitto, al processo di Norimberga, sarebbero state definite organizzazione criminale) si distinsero per crudeltà, vuoi nell’opera di repressione antipartigiana, vuoi nella cattura e deportazione di civili e segnatamente di ebrei avviati ai Lager. In tutte le maggiori città italiane le SS organizzarono luoghi di tortura. Esse vennero coadiuvate con non minore crudeltà delle forze fasciste della Repubblica Sociale Italiana, particolarmente dalle “Brigate Nere” e dalla “X Mas”.

Superando prove durissime e benché colpito da perdite dolorose, il movimento di Resistenza si sviluppò ulteriormente. Al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), che operava nelle regioni occupate dai tedeschi e aveva sede in Milano, vennero attribuiti i poteri di “Governo straordinario”: esso fu quindi riconosciuto quale governo di diritto dell’Italia settentrionale in quanto mandatario del governo nazionale di Roma. Le varie formazioni militari partigiane vennero coordinate nel “Corpo Volontari della Libertà” e, nelle diverse regioni e zone operative, vennero istituiti comandi militari regionali, a stretto contatto con i CLN regionali e comandi zona in area di operazioni. Vaste zone vennero sottratte nella primavera-estate del 1944 all’occupazione tedesca e fascista e sorsero “Zone Libere” quali l’Ossola, Montefiorino, le Langhe, la Val Trebbia, la Carnia, Pigna, nelle quali agirono governi democratici provvisori; ma esse non poterono reggere a lungo, poiché nei loro confronti i tedeschi scatenarono offensive pesantissime costringendo i partigiani ad abbandonare paesi e vallate per ripiegare sulle montagne. Qui vennero ancora attaccati- specie nell’estate e nell’inverno del 1944, quando l’avanzata alleata si arrestò all’Appennino tosco-emiliano – ma senza averne ragione: già nei primi mesi del 1945 le formazioni partigiane tornarono alla piena efficienza e, ormai bene armate anche grazie ai “lanci” di armi effettuati via aerea dagli alleati, e propiziati dalla presenza nelle diverse zone di “missioni” alleate, furono in grado di riprendere l’offensiva che nell’aprile 1945 andò sempre più intensificandosi e che, fondendosi con il piano insurrezionale predisposto dal CLN, consentì di liberare le maggiori città del Nord prima ancora dell’arrivo della V Armata statunitense e dell’VIII Armata britannica.


Istituto “Teresa Confalonieri” – CAMPAGNA

I Figli di Tabucchi è un documentario di Luca Onesti, Daniele Coltrinari e Massimiliano Rossi che racconta la comunità italiana di Lisbona. Perché gli italiani continuano a trasferirsi numerosi in Portogallo, un paese in forte crisi economica?

La proiezione del documentario sarà occasione per parlare di mobilità giovanile con il presidente del Forum dei giovani di Campagna, Marika Cioffi, con la professoressa Antonietta Giorgio e gli alunni dell’Istituto “Teresa Confalonieri”.

L’appuntamento è alle ore 18 alla Sala Conferenze “Gelsomino D’Ambrosio”, via Antonio Vincenzo Rivelli, 9, a Campagna centro storico. Post

Per approfondimenti, curiosità, informazioni sul Portogallo e per leggere le nostre interviste e reportage potete consultare il sito www.sosteniamopereira.org o iscrivervi alla pagina facebook Sosteniamo Pereira.

Vi invitiamo ad essere presenti anche in mattinata, alle ore 10, all’”Istituto T.Confalonieri”, dove parleremo di “Rivolte e Rivoluzioni”.

I ragazzi dell’Istituto, coordinati dalla professoressa Antonietta Giorgio, presenteranno un lavoro sull’Illuminismo e la Rivoluzione Francese. Una parte della loro presentazione, in lingua francese, sarà curata dal prof. Angelo Olivieri.

Luca Onesti, giornalista e autore dell’ebook 40 anni dopo la Rivoluzione dei Garofani, racconterà invece la Rivoluzione portoghese del 25 aprile 1974.

Marika Cioffi, presidente del Forum dei giovani di Campagna parlerà delle possibilità di mobilità e di aggregazione che offre il Forum dei Giovani.

Ci sarà anche un intervento musicale, Ivan Forlenza, sassofonista, accompagnato dal prof. Rocco Celentano al pianoforte, proporrà un’interpretazione della canzone simbolo della Rivoluzione portoghese, “Grândola, Vila Morena”, del cantautore José Afonso.

I figli di Tabucchi

In Portogallo c’è una profonda recessione. I portoghesi emigrano nelle ex colonie per cercare lavoro. Nonostante questo gli italiani continuano ad emigrare a Lisbona. Perché? Di questa scelta in controtendenza racconterà il film in fase di ultimazione, I figli di Tabucchi. Un documentario girato da un fotografo, un traduttore e un giornalista (Luca Onesti, Daniele Coltrinari e Massimiliano Rosssi), tutti e tre italiani emigrati in Portogallo. Vi aspettiamo numerosi…

 

Da oggi è in vendita (a 4 euro!) il mio libro in digitale (ebook) scritto insieme a Daniele Coltrinari. Grazie davvero a tutte le persone che hanno reso possibile questo lavoro. L’ebook è acquistabile qui: http://www.ilbecco.it/component/content/article/2-non-categorizzato/7-acquista-ebook-rivoluzione-dei-garofani.html

I figli di TABUCCHI

Maggio 8, 20134 minute readby Expost

In Portogallo c’è una profonda recessione. I portoghesi emigrano nelle ex colonie per cercare lavoro. Nonostante questo gli italiani continuano ad emigrare a Lisbona. Perché? Di questa scelta in controtendenza racconterà il film in fase di ultimazione, I figli di Tabucchi. Un documentario girato da un fotografo, un traduttore e un giornalista, tutti e tre italiani emigrati in Portogallo.

Il film racconterà le storie delle generazioni di italiani emigrati a Lisbona, dove attualmente i portoghesi stanno cercando di sopravvivere alla crisi economica. Il titolo racchiude l’omaggio a Antonio Tabucchi, scomparso nella capitale portoghese il 25 marzo di un anno fa.

“Ci stavamo raccontando di Lisbona, dei tempi trascorsi durante l’Erasmus fatto anni prima, eravamo ancora a Roma a un compleanno di un amico” spiega il giornalista Daniele Coltrinari, che sta realizzando il film assieme al fotografo Luca Onesti e al traduttore Massimiliano Rossi. Anche gli autori, come le persone che intervistano nel film, sono emigrati la scorsa estate in Portogallo per realizzare il loro progetto e per trovare altre opportunità di lavoro. Perché  a volte “la perdita di un lavoro (precario) non può fare altro che farti diventare ancora più precario di prima e così siamo partiti”, racconta Daniele.

“Mi piacciono le storie. Sono anche un ottimo ascoltatore di storie. So sempre, anche se a volte resta vago, quando un’anima o un personaggio sta viaggiando in aria e ha bisogno di me per raccontarsi”, scriveva Antonio Tabucchi

Massimiliano Rossi, che da diversi anni risiede alcuni mesi dell’anno a Lisbona dove insegna italiano, ha convito ha convito Daniele e Luca a raggiungerlo e a investire con lui gli ultimi risparmi per iniziare le riprese, che sono cominciate a settembre del 2012. “Il film sarà una pellicola indipendente che presenteremo ai festival del cinema portoghesi, italiani e internazionali – raccontano i tre autori, tutti trent’enni -. Attualmente stiamo completando le ultime interviste, prima di iniziare la fase di montaggio. Per chiunque voglia partecipare con un racconto o contribuire in altre forme al documentario, può contattarci a lisbonablogger@gmail.com”.

Chi sono allora gli italiani che emigrano a Lisbona? Per trovare o costruirsi un lavoro. Sembra un paradosso, più che mai di questi tempi, ma è soprattutto di questo che parlerà il film. Una delle principali ragioni è quella di imparare la lingua, perché il portoghese è parlato da più di trecento milioni di persone nel mondo e le economie emergenti in questo momento sono i paesi come il Brasile, l’Angola e il Mozambico in cui si parla il portoghese.  Dall’altro lato c’è un fattore legato alla lingua italiana, che in qualche modo torna utile oltre che per lavori di traduzione o nella ristorazione, ma anche se si tratta di lavorare per le multinazionali che delocalizzano nel paese e cercano personale che parli italiano nei callcenter. Questa situazione la spiega bene la storia di Ilaria Federici, anche lei trentenne, emigrata a Lisbona per lavorare in italiano nel callcenter di una multinazionale, con una laurea e un master in tasca e un lavoro precario lasciato in Italia.

“La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare storie”, scriveva Tabucchi su Requiem, Sono loro i protagonisti del documentario, le generazioni figlie di Antonio Tabucchi “uno scrittore che riesce a descrivere molto bene lo straniamento di chi vive fuori dal suo ambiente naturale, declinandolo però in un senso positivo: ti fa sentire allo stesso tempo lontano e a casa propria – spiega Luca Onesti – I libri di Tabucchi sono fatti per chi ama viaggiare, per questo più generazioni di italiani in Portogallo si riconoscono un po’ in lui, perché per molti la scelta di vivere qui non è stata solo quella delle opportunità di carriera, di lavoro, di studio. Queste motivazioni sono importanti ma sono attraversate da situazioni e relazioni più impalpabili, che sono le stesse che spingono le persone che amano i viaggi a partire, che sono difficili da spiegare, più facili da provare. Sono le motivazioni di chi cerca di realizzare il proprio sogno”.

Per raccontare le cronache di Lisbona, Daniele Coltrinari e Luca Onesti hanno aperto il blog Sosteniamo Pereira. In cui raccontano delle proteste contro l’austerity, delle alternative che offre il Portogallo e la società lusitana, dei mezzi di trasporto, di sport e eventi culturali. “Un diario online su quello che accade nella capitale portoghese che abbiamo aperto quando avevamo capito che saremo rimasti qui per diversi mesi” spiega Daniele.

Il documentario I figli di Tabucchi sarà anche un viaggio in Portogallo, nella crisi che stanno vivendo i portoghesi assieme a tutti gli stranieri che abitano nel paese. Dove accade che “quando le speranze sono finite, non resta che appellarsi alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo- scrive Daniele Coltrinari in un articolo su Lettera43 – Succede anche questo nel Portogallo piegato da cinque anni di recessione, sopraffatto dai debiti e in cui quasi un cittadino su quattro è senza lavoro. I disoccupati in terra lusitana sono il 17 per cento della popolazione: il record dai tempi della fine della dittatura, nel 1974. Allora ci si appellava alla Carta universale per chiedere libertà e democrazia, oggi s’invoca per chiedere dignità” – Ffoto di Chiara Zaratin, Rua Elevador da Bica, Lisbona.


Mario Onesti

Autore: MARIO ONESTI | Scritto in: Argomenti vari, Internet, Primo piano, Società Mercoledì Apr 15,2015


Nella fabbrica di Pomodori – Eboli Piana del Sele

Autore: MARIO ONESTI | Scritto in: Argomenti vari, Internet, Primo piano, Società Mercoledì Apr 15,2015

Nella Fabbrica di Pomodori – Eboli Piana del Sele - Mamma e zia Alfonsina


Campagna non merita l’immobilismo in cui è caduta la tradizione del ricordo della memoria…

   Un intervento su facebook giratomi da Gerardo Pecci per conoscenza, perché “Campagna non merita l’immobilismo in cui è caduta la tradizione del ricordo della memoria legata all’ospitalità data agli Ebrei durante il secondo conflitto mondiale. Con l’occasione ti abbraccio caramente. Con immutata stima. Gerardo Pecci”.   Campagna (Salerno). A proposito della Giornata della Memoria 2015. Il 23 gennaio 2012, tre anni fa, c’è stata l’inaugurazione del Museo Diffuso della Memoria Ebraica nel quale furono inaugurate per la prima volta al mondo ben sei opere d’arte lungo le strade della cittadina, a ricordo della grande e civilissima ospitalità data agli Ebrei dai cittadini di Campagna, durante la Seconda Guerra Mondiale. Per l’occasione, scrive Pecci, ho  coordinato, insieme al caro collega prof. Mariano Vitale, il gruppo di lavoro tra il Liceo Artistico Statale e l’IPSIAM di Campagna e l’intero progetto. Ho curato personalmente il catalogo dell’avvenimento (Il Senso della Storia. Arte contemporanea nei luoghi della memoria ebraica a Campagna), presentandolo in un’affollata riunione del Consiglio Comunale, alla presenza del Vice Presidente vicario del Parlamento Europeo, on. Gianni Pittella. A tutt’oggi non mi risulta che siano state fatte altre iniziative di questo alto spessore culturale, etico-civile e morale, in merito, né ho notato (forse mi sbaglio?) un rilancio del Museo della Memoria, che pur esiste in città nell’ex convento di S. Bartolomeo, e del percorso artistico portato a compimento in quell’occasione… Luoghi importanti della memoria ebraica, ma poco visitati; museo ancora non conosciuto né valorizzato pienamente nel circuito culturale del comprensorio tra il Sele, il Tanagro, il Calore, i Monti Picentini e la Valle del Sele. Fa male il cuore sapere che queste potenzialità restano appunto tali e che non decollano. Manca un coordinamento necessario dal punto di vista culturale e politico, tra cultura e amministrazione comunale, manca uno staff museale in grado di amministrare efficacemente questo istituto culturale, e il Museo Diffuso, l’itinerario della Memoria: manca uno staff di dirigenza, cosa che più volte ho ribadito, per l’ottusità politica e culturale di chi avrebbe potuto provvedere e non lo ha fatto. Manca una visione di lavoro di equipe e oggi da soli non si va avanti. Solo la condivisione dei ruoli e delle responsabilità sono la carta vincente perché la progettualità richiede lavoro collettivo e raggiungimento di comuni e condivisi obiettivi. La figura monocratica del direttore non serve. Da soli non si andrà mai da nessuna parte. Se si capirà ciò, forse si potrà avere una inversione significativa contro l’immobilismo che uccide la cultura e uccide il futuro della memoria.

Mario Onesti (Il saggio Marzo 2015 – monesti.blog.tiscali.it)



Il comunista che ispirò il gruppo del “Manifesto” ma votò l’espulsione

Pietro Ingrao durante i lavori dell’Assemblea Arcobaleno alla fiera di Roma nel 2007 © ANSA

31 marzo 2015 – Paolo Cucchiarelli – E’ stato il PCI ad abbandonarlo. Lui è rimasto fedele al comunismo fino ad oggi. Coerente come quando, nel ’36, abbandonò il Centro sperimentale di cinematografia e l’amore per la letteratura per entrate “spinto a calci” nel partito clandestino e nella Resistenza. L’ultima tessera ad entragli in tasca è stata quella di Rifondazione comunista nel 2005. Anche quello un atto di omaggio a quella definizione – comunista- che ora l’accompagna in un’ulteriore traguardo visto che Pietro Ingrao domani compie 100 anni.

Pentito di questo amore così lungo? “Assolutamente no. Resta il meglio della mia vita: ciò che ho cercato di dare al mondo degli oppressi e degli sfruttati. Mi sono pentito di pesanti errori che ho compiuto nella mia lunga vita di militante comunista”. “Del resto- ha spiegato negli ultimi anni – non ho mai avvertito dentro di me una rottura con l’ideale e la prospettiva comunista”.

Una ricerca che segna una vita all’insegna del “Volevo la luna” pretesa dal testardo Pietro come regalo dai genitori il giorno in cui gli chiesero di fare la pipì nel vasino. Ingrao non ha mai smesso di cercare quello che è “oltre” spingendosi costantemente ai confini del partito e ricevendo come fin troppo facile definizione quella di eretico. Ma se si scorre la biografia, l’ampia bibliografia e la mazzetta delle ultime interviste, oltre all’appena uscito libro “La certezza del dubbio” curato da Roberto Vicaretti (Imprimatur edizioni), ci si accorge che tutto si può dire di Ingrao meno di essere stato un eretico.

Pupillo di Togliatti che lo volle, giovanissimo alla guida de l’Unità; autore di un editoriale, nel 1956, che difendeva l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss(“l’errore più grave”), Ingrao vota a favore della radiazione del gruppo de “Il Manifesto” di cui era il punto di riferimento ideologico ed umano(“Errore persino assurdo. Esitai a rompere per una gretta e anche stupida disciplina di partito”). Eppure fu sempre Ingrao, con meno caratteri di un tweet, nel 1966 (“Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso”), a rompere la ritualità comunista terremotando il PCI. Era stato lui a pubblicare il rapporto Krusciov senza il benestare di Togliatti. Più tardi, nel 1968, fu lui a condannare l’invasione di Praga senza aspettare le decisioni del partito.

Eretico? “Ingrao è un condensato delle grandezze e dei limiti del Pci- dice Fabio Mussi, il più giovane componente del Comitato centrale nella storia del PCI. E’ quello che si spinge alle frontiere, ma è anche quello che poi rifluisce in certi momenti di decisione” “Non è mai uscito definitivamente, non è mai stato definitivamente al di là. Anche quando fini il Pci stette sulla frontiera”. “Eretico? No. Pietro Ingrao è stato un militante abbastanza omogeneo alla storia del Pci”, dice Emanuele Macaluso. Nichi Vendola:”Non era affatto un eretico, era il contrario; è sempre stato disciplinatissimo. Ha sviluppato un pensiero diverso, ma per niente eretico. L’eretico è uno che rompe,per lui non è stato così: se ne è andato quando il Pci ormai non c’era più”.”Il termine eretico richiede l’elaborazione di una eresia teorica completa, e in questo caso non c’è stata”, aggiunge Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci: “Ci sono state molte illuminazioni, molti stimoli”. Fausto Bertinotti: “Per Ingrao il Partito è stato il Principe.” E “in questo Ingrao è un classico; questa è la ragione che spiega il suo essere ‘eretico’ senza scisma”. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 La storia di Pietro

IL MANIFESTO – I Cento anni di Pietro INGRAO

AUGURI PIETRO

 

 

 

 

 


29 Marzo 2015 – Domenica delle Palme

Autore: MARIO ONESTI | Scritto in: Argomenti vari, Internet, Primo piano, Società Domenica Mar 29,2015


Si cura meglio dove si fa ricerca: il centro Gustave Roussy di Parigi

E’ considerato uno dei migliori centri d’Europa per la lotta al cancro. Una realtà dove alla cura si abbina la ricerca scientifica di altissimo livello. Un modo per portare direttamente al letto del malato le terapie di ultima generazione frutto delle scoperte dei laboratori francesi. Si cura meglio dove si fa ricerca. Uno slogan tanto caro all’Istituto Europeo Oncologico di Milano che riassume, anche fuori dai nostri confini nazionali, il modo di operare di un altro grande centro di ricerca francese: l’Institut Gustave Roussy di Villejuif, alle porte della capitale Parigi. Un istituto di fama internazionale e dalla grande tradizione nel campo della ricerca. A raccontarlo è direttamente il professor Alexander Eggermont, direttore del centro, a margine della conferenza stampa che si è svolta a Parigi in cui è stata data notizia dell’approvazione, da parte della commisione Europea, all’utilizzo del farmaco ipilimumab nel trattamento del melanoma metastatico.

IL CENTRO- L’istituto Gustave Roussy sorge nel sobborgo parigino di Villejuif, 45 mila abitanti a soli pochi chilometri dalla capitale. Prende il nome dal suo fondatore, un medico anatomopatologo svizzero naturalizzato francese che fu tra i primi ad avere intuito che il cancro sarebbe stato, negli anni a venire, uno dei big killer a livello mondiale. Un ospedale, il primo in Francia, che negli anni ’30 era già un punto di riferimento nella lotta ai tumori. Dopo 90 anni è considerato uno dei migliori centri europei di oncologia.. «Il nostro centro si basa sull’eccellenza e sull’innovazione. Sono queste le due caratteristiche fondamentali» spiega Eggermont. Per arrivare al top degli ospedali l’istituto francese, realtà in cui prestano servizio più di 2500 persone, è organizzato in maniera tale da abbinare al trattamento dei malati una grande tradizione nella ricerca di laboratorio. A dimostrarlo, spiega Eggermont, sono i dati: «ogni anno produciamo più di 400 pubblicazioni scientifiche grazie anche alle collaborazioni con i nostri tre principali partner di ricerca, ovvero l’INSERM, il CNRS e l’Università di Parigi X. Non solo, attualmente sono in sperimentazione circa 100 protocolli clinici presso il nostro istituto».

RICERCA APPLICATA- Per rendersi conto di quanto la ricerca che si svolge al Roussy rispetti realmente il paradigma traslazionale del “from bench to bed”, ovvero dal bancone della ricerca al letto del malato, basta osservare la mole di lavori scientifici presentati e pubblicati dall’istituto negli ultimi anni. Al congresso ASCO di Chicago, organizzato dalla American Society of Clinical Oncology, il Gustave Roussy ha presentato ben 5 lavori riguardanti la sperimentazione clinica di farmaci per combattere il neuroblastoma pediatrico, un tumore che colpisce il sistema nervoso centrale, il cancro alla prostata, il carcinoma mammario e il melanoma in due diversi stadi di sviluppo.

LOTTA AL MELANOMA- Proprio quest’ultimo tumore è stato oggetto degli studi del professor Eggermont che, oltre ad essere il direttore del centro, è considerato uno dei maggiori esperti di “immunoterapia” a livello mondiale. Le sue ricerche si sono da sempre concentrate nel trattamento dei melanomi e dei sarcomi. Come dichiara Eggermont, «di particolare interesse sono i risultati riguardanti la molecola ipilimumab. Si tratta di un anticorpo in grado di rimuovere quel freno che il nostro corpo mette in atto nei confronti del sistema immunitario». Risultati eccellenti se si pensa che fino ad oggi l’aspettativa di vita media per un paziente con melanoma metastatico si aggirava intorno ai 6-9 mesi. «L’idea nuova -conclude Eggeront- radicalmente diversa dalla strategia della chemioterapia classica, è quella di “aiutare” il sistema immunitario a combattere contro le cellule tumorali del melanoma. Un paradigma che potrebbe essere sfruttato in futuro anche per altri tumori» – Dal 6 Gennaio 2015 vi ci lavora anche mia Figlia Onesti Concetta Elisa.

Daniele Banfi

 


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