1) Presentazione Libro "STORIA DI UN AMORE ANTICO" di M.R. Salito

   Storia di un amore antico è un romanzo ambientato nel XVI secolo tra Campagna, splendida cittadina dellentroterra campano, e la Napoli capitale del Vice Reame, di cui uno degli storici per antonomasia fu Giulio Cesare Capaccio, nato a Campagna nel 1560, lautore de Il Forastiero, la prima delle guide storico-artistiche in Italia e a Napoli, ove ricoprì vari incarichi, fra cui quello di Segretario. Il conte Antonello Del Prato, il protagonista, viene catapultato giovanissimo dalla sua famiglia, pur di allontanarlo da Campagna, in un ambiente di gran lunga diverso e più grande. A Napoli viene nominato Commissario del Regno (non si sente preparato per un tale incarico), grazie allo zio prete, ma continua pure gli studi, iscrivendosi alla Collegiata. Limperativo categorico è uno solo, bisogna tenerlo lontano da Venezia Di Stio (farai ciò che si è deciso, senza inutili proteste, perché oltre alle convenzioni, esiste un testamento del trisavolo da rispettarealtrimenti il patrimonio andrà devoluto alla chiesa), una giovane donna dalla superba bellezza, proveniente da una famiglia della medio-borghesia, comproprietaria di una conceria con i Vannucci, una famiglia a cui pure i Del Prato dovevano riconoscenza per il bene ricevuto quando nacque Antonello (siamo debitori nei confronti di quella famiglia, ma ciò esula da qualunque eventuale legame di parentela). Era lo stesso giorno in cui venne alla luce Venezia. nello stesso giorno in cui nacque Venezia. La sua famiglia non mi accetterà mai!, diceva la ragazza. Sua madre Linda, dal canto suo le ripeteva spesso: Ma cosa hai da dividere tu con loro?. Lorgoglio è orgoglio!. Ecco perché i suoi genitori avrebbero voluto ununione con Ferdinando, un giovane appartenente al loro stesso mondo (i con suoceri erano i proprietari della conceria). Troppa la differenza di casta con Antonello, ma, si sa, al cuore non si comanda. Lamore e la passione divampano e li travolgono. Lui scrive per lei versi di fuoco, lei ricambia con struggenti messaggi amorosi e lenisce il dolore per la lontananza leggendo e componendo versi, una passione che laccomuna con la nostra autrice. Tutto sembra indistruttibile, ma purtroppo così non sarà, perché il ragazzo sarà abbagliato da un mondo sconosciuto. Passano i mesi e di Antonello nemmeno lombra, perché una volta a Napoli, dopo aver conosciuto Marianna De Claris, dimentica presto. Per non cedere alle continue tentazioni, torna a Campagna. Prima di ripartire per il centro partenopeo, i due innamorati istintivamente consumano lamore. E qui si chiude la prima parte del romanzo. Quando Venezia ha la certezza di tenere in grembo il frutto del suo amore, è disperata e felice allo stesso tempo. Parte per Napoli, per dare di persona ad Antonello la bella notizia. Prima di poterlo fare, scopre casualmente il tradimento. Inizia così un calvario atroce, che la porterà quasi alla follia, con perdita momentanea della memoria. Ne uscirà solo grazie allaffetto di chi la circonda e alla grande cura che le presterà Gianluca Giordano, il dottore che prova per lei sentimenti che esulano dal semplice rapporto medico-paziente. Interessante la riflessione sul binomio pazzia-follia. Entrambi i giovani vivranno unesperienza traumatica. Per Lui, un debole che non ha saputo resistere alle lusinghe, si concluderà con laccidentale morte della sfrontata e bugiarda marchesina, e, considerato che, per il bene stesso della donna da cui ha avuto Ulderico, deve uscire dalla sua vita, con la scelta convinta, dopo aver lasciato in eredità tutto al figlio, del convento domenicano, ove troverà un perfetto equilibrio interiore, di cui ormai ha fortemente bisogno per stare in pace con se stesso e con gli altri. Lungo quel sentiero i beni terreni non gli servono più, ciò che più conta nella vita è la nobiltà danimo. Ne uscirà arricchito, perché capirà che ognuno di noi è uguale allaltro, qualunque sia il casato e qualsiasi lavoro svolga. Per Lei, invece, dopo tante sofferenze, si prospetta una vita tranquilla con suo figlio e con Gianluca, il dottore che si prenderà cura di lei fino a salvarla e a farle recuperare fiducia in se stessa. Ciò dopo lodissea dei ricoveri negli ospedali, di Napoli prima e di Pozzuoli poi, e la quasi follia per amore, il cui frutto, Ulderico, spingerà, per altrettanto amore, con forza nella ruota della Santa Casa dei Figli di Ave Grazia Plena dellAnnunziata, listituto per trovatelli più grande ed importante di Napoli. Campagna sarà per entrambi il paese dellamore, Napoli invece ne segnerà, sia pure in maniera diversa, il destino: il ragazzo ne uscirà perdente (tutto ciò non porterà nulla di buono, la vita ripaga sempre per quello che si fa) e provato (perdonami, so di aver sbagliato e non ho nessuna attenuante per ciò che ho fatto. Ma ho pagato, ah se ho pagato!…), perché alla fine perderà sia la marchesina (passione) che Venezia, la sua compaesana (amore). Antonello le dirà: so di non averti mai dimenticata, abbagliato da un mondo sconosciuto, mi sono allontanato dai veri valori della vita ed ho perso la mia dignità. La ragazza, felice ed innamorata nella prima parte, infelice e depressa nella seconda, sarà alla fine premiata col ritrovamento del figlio e col matrimonio con la persona degna del suo amore, il medico che ha creduto in lei, anche se sul suo viso resterà per sempre una nota di tristezza. Un dramma, dunque, creato dalla mentalità del tempo, ma a lieto fine, se vogliamo, perché il bene prevale sullipocrisia e sui pregiudizi. Tutto è andato come doveva andare, dirà alla fine la protagonista. Il romanzo è un continuo contrapporsi di valori positivi e negativi e alla fine i primi prevarranno e tutti ne usciranno diversi e più maturi rispetto allinizio. I buoni saranno ripagati, ad incominciare da Venezia, per finire a Guglielmo. Figura importante e determinante si rivelerà lamico nobile, danimo e per casta, di Antonello, che vivrà direttamente la tragedia di Venezia, tanto da non abbandonarla mai, e che, per nulla condizionato dai pregiudizi, sposerà, per amore, Maria, la sua sorella minore. Suscitano sentimenti forti quel giovane, ormai ridotto ad una larva duomo, implorante ai piedi di Venezia (quel giovane allimprovviso divenuto vecchio e verso cui la donna si rende conto di non nutrire più i sentimenti che lhanno condotta quasi alla follia), i suoi stessi nobili e pentiti genitori (Antonello è stato solo una vittima inconsapevole, siamo noi i colpevoli. Labbiamo allontanato con linganno, creando le condizioni affinché succedesse ciò che è successo) e lamico di famiglia, segretamente innamorato di Venezia, quel Ferdinando Vannucci, diventato un ubriacone, un rottame violento ed offensivo, dilaniato dal rimorso (la macchina infernale che ha messo in moto tali tragedie si è innescata per il mio egoismo, sono stato la causa di tutto, chiaro il riferimento al suo atto ignobile, la lettera anonima ai genitori di Antonello), la cui espiazione fa riflettere non poco. Le descrizioni precise e dettagliate della vita e dei costumi dellepoca e dei luoghi in cui il romanzo si sviluppa, degli ambienti, dei cibi, delle bevande in uso nelle famiglie aristocratiche, borghesi o tra il popolo, ci fanno capire che Maria Rosaria ha fatto delle approfondite ricerche. Parla delleconomia prevalentemente agricola ed artigianale, dei piatti tipici, del casale delle Fornaci, della Patia alla confluenza dellAtri e del Tenza, dellusanza di raccogliere le more, di andare a lavare i panni al fiume, nei pressi della Chiatrella e del Sciumaro. Campagna è il luogo centrale del suo romanzo e non è una casualità. Da una sua attenta lettura ne viene fuori un quadro completo, perciò questo lavoro, non semplice e non facile, è, in primis, un omaggio alla sua città, a cui è tanto legata e che ama visceralmente. Una vera rivisitazione memoriale, emotiva e razionale allo stesso tempo, utile al ricordo, soprattutto per chi, in un modo o nellaltro, ci vive o ne vive lontano. Evidentemente questo scritto è un pretesto per parlare del suo paese, che ha unorigine molto antica e che è ricco di storia e cultura, da consegnare intatte, possibilmente, alle nuove generazioni. Per chiunque altro Campagna è un posto qualsiasi. È la storia intessuta che può interessare o meno. E poi, rispetto al periodo in cui la storia si snocciola, tutto può sembrare diverso, il parlare, il comportarsi, il vestire, ai calessini e ai muli sono subentrate le auto, ma, a ben guardare, non è cambiato niente. Non ci sono più i protagonisti di ieri, ma i sentimenti, le storie si possono identicamente ripetere, perché sono rimasti gli stessi. Trasmigrano da un corpo ad un altro. Almeno così sembra. Da qualche parte ci saranno altri che vivranno la stessa storia. Tutto rimane come prima, come sempre. Un romanzo, dunque, che può essere letto ovunque e in ogni tempo. Un periodo storico, quello del Cinquecento, tra i più importanti ed intensi per questa antica e bella città. I luoghi, gli ambienti in cui vivono ed agiscono i personaggi sono reali e non costituiscono solo lo spazio in cui si svolge lazione prevalente. Anche la Napoli del Vice Reame è trattata ampiamente. Unepoca in cui marcate erano le differenze sociali, che, nella fattispecie, sono la vera causa di quanto succederà nel racconto della nostra autrice. Campagna, per la sua posizione quasi inattaccabile, rivestì un ruolo importante e di rilevanza strategica, non ebbe quasi mai, però, signori propri, ma fu posseduta da feudatari maggiori, cosa che comportò la presenza di vassalli e governatori e significò una notevole riduzione di autonomia del feudo. La prima notizia del feudo di Campagna risale al 1082, mentre fu abolito nel 1806 con la Legge Eversiva della Feudalità nel Regno di Napoli. Nell’anno Mille Campagna, Città Invisibile, era un Centro attivo ed operoso, ricco di ogliare, cartiere, creterie, pastifici e mulini ad acqua, ma è nel Cinquecento, certamente il suo secolo doro, che raggiunge il massimo dello splendore. Nel 1545 diventa Città dellArte Impressoria, in quanto dotata di efficienti Tipografie, solo alcuni decenni dopo che nel 1501, a Venezia, fu stampato da Aldo Manuzio il prototipo del libro moderno. Nel 1431 è Conte Francesco Orsini di Gravina (benigni e generosi signori). Al servizio di questa Famiglia si distinse Melchiorre Guerriero, custode della Cancelleria Apostolica, che in meno di tre lustri fece avere al suo Paese tre importanti privilegi (nel 1514 la Chiesa di S. Maria della Giudeca viene elevata a Collegiata, prendendo il nome di S. Maria della Pace; nel 1518 Leone X lo fregia del titolo di Città; nel 1525 Clemente VII eleva la Collegiata a Cattedrale e a Sede Vescoviles. Nel 1532 Carlo V, a Ratisbona, tolse loro il Feudo, perché amici dei francesi, e lo concesse, col Titolo di Marchesato, ai vituperati Grimaldi di Monaco. Nel 1642, a seguito della guerra tra Spagna e Francia, ai monegaschi subentra il Principato dei Caracciolo, che diventa Ducato con i Pironti nel 1693, che vi resteranno fino allabolizione della Feudalità nel 1806. Nel 1808, sotto Murat, la Città diventa Capoluogo del Circondario del Principato Citeriore. I segni del suo glorioso passato (portali e fontane, conventi, chiese e monasteri, palazzi nobiliari e stemmi gentilizi) sono ancora oggi riconoscibili, nonostante il devastante sisma dellottanta e ciò è conseguito. Una famiglia come quella degli Orsini (il dominio sulla cittadina del Principato Citra durò allincirca un secolo e costituì un periodo di grande importanza per la sua qualificazione) resta indissolubilmente legata alla storia di Campagna, in quanto i loro sforzi, combinati con quelli di Melchiorre Guerriero, cittadino campagnese assunto a grande favore della corte pontificia, riuscirono ad ottenere per il paese privilegi tali da farne una grande realtà in quel periodo. La tolleranza degli Orsini, sempre ricordata e mai abbastanza lodata, si limita alla remissione dei pagamenti di alcuni diritti feudali dovuti dalla città e dai cittadini e allinteressamento nei confronti dei maggiorenti locali con cessione di benefici, doni di apprezzamenti di terreno, elevazione a cariche remunerative e prestigiose dei membri delle famiglie che in tal modo si legavano al casato. Nulla si sa, invece, della vita dei contadini, toccati solo marginalmente, nella diffusa miseria, dal potere benignamente usato sia dalla famiglia che possedeva il feudo, che dai nobilotti locali. Se le loro condizioni di vita ebbero qualche lieve miglioramento lo si deve al momento ancora favorevole attraversato dalleconomia italiana, che trascinava con sé, anche se a distanza, il Mezzogiorno meno evoluto, dipendente dalla corona spagnola e legato alla politica di questa, oggettivamente povero, esportatore di derrate per la forzata riduzione dei consumi interi. Gli stessi privilegi del 1518 e del 1525 contribuirono solo marginalmente al miglioramento della vita dei contadini, mentre ebbe un notevole peso nella formazione di una piccola e media classe di commercianti, artigiani ed impiegati nel terziario, che era diversa dalla borghesia togata napoletana. A Campagna, paese del Principato, le famiglie più in vista vivevano sul reddito derivato dal commercio dei prodotti agricoli e dalle imprese industriali (le famiglie di Venezia e Ferdinando gestivano una conceria), mandavano i figli ad addottorasi presso lo Studio Generale (la stessa Venezia sarà avviata ai rudimenti della lettura e della scrittura, cosa insolita per una ragazza del suo rango, avendo avuto la fortuna di avere genitori intelligenti, noncuranti della società del tempo, che voleva la donna ignorante e la costringeva allanalfabetismo più completoper evitare che potesse scrivere lettere agli uomini) Ma perché tutto è ambientato nella Campagna degli Orsini?. Evidentemente perché proprio il Cinquecento è stato il suo momento più importante. Esso portò ai più alti fastigi larte e il pensiero italiani, meravigliosamente concludendo quel capolavoro di attività intellettuale che chiamasi Rinascimento, scriverà Luigi Caleo nel suo Discorso, Campagna nel Cinquecento, pronunciato il 25 Luglio 1925, allaugusta presenza del cardinale A. Assalesi, Arcivescovo di Napoli, nel Quarto Centenario dellelevazione di Campagna a Città. Pontefici e principi gareggiano nella protezione degli studi; e molti piccoli paesi () furono, sullesempio delle grandi città, albergo di dotti e focolare distruzione. Uno di questi fu Campagna, che nel 500 ebbe il suo secolo doro, toccando lapogeo della sua importanza, richiamando dogni parte nuove famiglie cospicue, meritando i favori di pontefici e principi, distinguendosi nelle armi, negli studi, nelle costruzioni. Nel Regno di Napoli o fuori ebbe rinomanza, fino a conseguire onori e benefici, che o aveva perduti o non aveva mai posseduti. Da poche paroletraspare la femminista, la pacifista, lamante dello stato di diritto e di una società giusta senza privilegi per nessuno. Di temi rilevanti e di grande attualità ne tocca diversi: quello delle raccomandazioni (nel 500 era questo il solo modo per essere assunti) e delle inutili guerre (Le guerre non servono a niente e fanno male sia a chi le subisce che a chi le provoca), tanto che sembra di leggere Bertolt Brecht (La guerra che verrà), quello dellemancipazione della donna e quello della tassa sul pane imposta dai potenti-prepotenti. Diverse, poi, sono le puntatine sulla storia più grande, quella del Vice Reame. Un lavoro, molto interessante, scritto bene, con unincredibile dovizia di particolari, che ti coinvolge subito, fin dalle sue prime battute, tanto che incominci a divorarlo letteralmente il libro, perché, sia per curiosità che per interesse letterario, vuoi sapere tutto e subito, senza dare spazio a rinvio alcuno. A me il libro è piaciuto, mi ha subito coinvolto, tanto che lho letto attentamente e dun fiato, annotando tutto, senza fermarmi, perché ero desideroso, curioso, di vedere come andava a finire. Certo da come era iniziata la storia, il finale lascia un amaro in bocca, ma non poteva essere diversamente, considerato lo sviluppo in itinere dei fatti. Lintreccio delle vicende narrate è tipico del romanzo imperniato nel sud del nostro paese con tutti i problemi che ciò comporta, molti dei quali esistenti ancora oggi. Quello del lavoro per esempio. La stessa storia raccontata, si sviluppa allinterno di un modo di vedere e concepire la vita in quellepoca, ma in ogni caso adattabile anche alloggi. E tutti ci si possono rivedere e riconoscere. Cambierebbero nomi e cognomi, ma i fatti e le vicende resterebbero quelli di sempre, perché coinvolgono luomo in quanto tale. Concepito per far conoscere i posti del suo paese, intrecciando in essi e con essi in modo prevalente una storia coinvolgente. Non manca di richiamare in continuazione lepoca, il periodo in cui è ambientata la vicenda. Un libro, per farla breve, eufemisticamente parlando, di facile lettura, perché il linguaggio usato è semplice e vivace. La scrittura è piuttosto libera e fa uso di registri linguistici, formali ed informali, diversi in relazione alle differenti esigenze narrative e descrittive. Si raccontano fatti verosimili, collocati in un tempo determinato, secondo una successione logico-temporale scandita da indicatori ben individuabili. Il ritmo narrativo a volte è veloce e rapido, a volte alquanto lento, a seconda delle circostanze. Spesso viene utilizzato il discorso diretto, riportando dialoghi e pensieri dei personaggi come se li stesse vivendo ed ascoltando proprio mentre parlano, pensano, operano. Né mancano metafore ovvero trasferimenti di significato da una parola ad unaltra tramite paragoni, sulla base di somiglianze anche lontane di forma, di condizione, di funzione. In conclusione, il Testo è accessibile a tutti, ad incominciare dagli studenti di ogni ordine e grado, a cui è rivolto principalmente, per far conoscere parte importante della storia della loro città e degli usi e costumi del Rinascimento. E, a tale scopo, lo ha arricchito con mirate schede operative, sia di lavoro che di comprensione, per lapprofondimento e per i collegamenti interdisciplinari, che spaziano da argomenti storico-geografici a questioni scientifiche a temi che si collegano più strettamente alle vicende del romanzo. Ad esse ha lavorato e collaborato, con grande amore, lena e competenza, la figlia Mina Russo.

Mario Onesti (Maggio 2004)

2) Presentazione Libro "EBOLI IN CUCINA" dell’ebolitano Vito Giarla

   Qualsiasi testo sulle ricette gastronomiche fa riferimento, per lo più, ai giorni di festa, durante i quali si è soliti imbandire tavole più allegre. Niente di tutto ciò si trova in "Eboli in cucina – Ricette di Ieri e di Oggi" di Vito Giarla, che ci propone decine e decine di ricette "povere", tramandate a noi di generazione in generazione sia per aiutarci a ri-scoprire i valori e le tradizioni di una volta e sia per salvaguardarci dagli eccessi preoccupanti nel consumo di certe categorie di alimenti, che ci espongono sovente al rischio di disturbi tipici dei nostri tempi (colesterolo, diabete, ipertensione, obesità e finanche il cancro). E così la cucina, finalmente, viene considerata realisticamente, fuori da ogni sacralità. Quella di Giarla è un’opera "diversa" nel suo genere ed intende fornire un ritratto vivo e pratico della cucina ebolitana, che, come tutta la gastronomia della Campania, si identifica con quella povera e fantasiosa sviluppatasi a Napoli nelle famiglie di piccola borghesia e presso i ceti più poveri, costretti a fare i conti con una secolare indigenza e, di conseguenza, ad inventare piatti semplici, ma ricchi di sapore e di colore, con elementi fondamentali, quali pasta e farina, verdure ed ortaggi, pesce, legumi, olio, uova e sugna. La cucina nostrana non è ricca, sontuosa e complicata, ma si fonda "ricette semplici", su cibi schietti e dal gusto modesto. Vito Giarla, con le sue 48 pagine, ci offre delle lenti speciali per farcì vedere tutto in una dimensione diversa, raccontandoci il tutto nel suo divenire e nel suo farsi, momento per momento, con estrema precisione. II primo impatto è un messaggio immediato: Eboli ed alcuni elementi importanti della sua cucina, rappresentati plasticamente dall’artista ebolitano Pasquale Ciao. Altrettanto immediato, poi, dopo una ovvia introduzione e qualche utile consiglio, è 1′accesso, alternato da qualche immagine, nel variegato mondo di una cucina certamente più "economica" e più "popolare", ma anche più genuina, propria di una società di tipo patriarcale, e non, industriale o post-industriale. L’autore parte da ricette più antiche, per poi elencare quelle più vicine a noi, spaziando dalla pasta alla pizza, ai fagioli, dalle uova al pesce, dalla gallina alla minestra, per non parlare del pane, del ragù, del baccalà, del soffritto, della ciambotta e di tanti altri alimenti sani e di tante spezie, pure forti, che allietano le tavole degli ebolitani e non solo di essi, considerato, appunto, che c’è tanto che accomuna, pure in materia alimentare, le nostre zone. In "Eboli in cucina" non vi è un rigido ordine alfabetico, una sistemazione in successione tale da costituire, di volta in volta, un menù estremamente variato. Ciò aiuta a realizzare, fase per fase, dosaggio per dosaggio, piatti pratici, semplici e complessi allo stesso tempo, dandoci consigli utili per una cucina "croce e delizia", attraverso ricette antiche e moderne, citate in gergo dialettale, molte delle quali sono da riscoprire e da attuare, senza necessariamente ricorrere ai moderni robot da cucina (frullatori, sbattitori e affini), ma facili da realizzare, con la buona volontà di fare, impastare, sminuzzare, tritare ed amalgamare a mano. Si tratta, in ultima analisi, di un testo breve e senza pretesa di esaustività o rigore scientifico, di un testo snello, agile e di facile lettura, comprensione ed attuazione. Una lettura che si fa tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine, perché viene subito fuori la curiosità di verificare se c’è qualcosa che già conosciamo, che già sappiamo, per poi ritornarci con pazienza quando bisogna imbandire la tavola. Con questo testo sulle ricette ebolitane, raccolte con un lavoro certosino e paziente, il Nostro vuole testimoniare, alla pari di altri lavori similari, la saggezza di tutta una cultura rurale e contadina, arrivata fino ai giorni nostri, quasi a voler spingere e a cogliere le suggestivi radici gastronomiche di un’antica tradizione popolare. La sua è una ricerca che "scandaglia nella profondità della memoria e negli abissi degli affetti". In tal modo non si riscopre solo il gusto dell’antico, ma anche il piacere di stare in cucina per gustare del cibo sano e 1′ebbrezza stessa di un pasto preparato con amore e consumato in famiglia o tra amici in un locale che propone solo piatti tipici della cucina locale. Ora, dopo aver coniugato tradizioni con amore, non ci resta che metterci a lavoro ed in (ri)-cominciare a gustare le ricette suggerite da Vito Giarla. Il lettore di suo dovrà solo aggiungere un … "pizzico d’amore" , indispensabile per "condire" e dare un gusto diverso anche alla solita, elementare "fettina". Ecco perché "Eboli in cucina" vale la di leggerlo, e, quel che più conta, tenerlo sempre pronto in casa.

Mario Onesti (Il Saggio – Centro Culturale Studi Storici – Giugno 1997)

 3) "PARLA CON IL CUORE" di Giovanna Pironti, ebolitana d’adozione

    Già il titolo preannuncia lambito entro cui spazierà Giovanna Pironti, questa ventitreenne agrigentina, ma ormai ebolitana a tutti gli effetti, che fin da piccola coltiva un interesse particolare per larte delle muse del Parnaso. Negli anni ha raccolto le sue realizzazioni su diari personali, ne ha pubblicate diverse sul mensile di informazione e cultura "Il Saggio" ed ha partecipato, con successo (Primo Premio Categoria Adulti), lo scorso giugno al Concorso indetto da "Il Saggio" e dallAssociazione Liberart, con la poesia "Al mio angelo bianco", che apre anche la raccolta "Parla con il cuore". Il cammino che Giovanna percorre, non per passatempo, ma per trasmettere agli altri tutto ciò che ha dentro di sè, è subito chiaro : viaggiare attraverso lAmore variamente inteso. Al di là del fatto puramente esteriore, quarantotto poesie e cinque lettere, questo breve testo di sessantaquattro pagine praticamente va suddiviso in tre parti ben precise: lamore familiare (prime otto poesie), lamore direttamente vissuto "tra alti e bassi" (poesie da nove a quarantasette, esclusa la trentasette, e le ultime quattro lettere) ed i temi vari relativi allinfanzia, allamore-odio, allamicizia e allomaggio alla Rosa dInghilterra, Lady Diana ("Vorrei tornare bambina", "Ovunque", "Lamicizia", "Good bye Lady D" e la Lettera "Per unamicizia spezzata"), comunque legate tra di loro dal tema centrale, lAmore, che poi è di fatto il filo conduttore del tutto. Mentre le quattro Lettere ci offrono, in prosieguo e continuità, la stessa problematica dei versi sullAmore (inteso come esperienza vissuta): "Sentimento tradito" ("… sei un attore che mente ed inganna le persone, giocando con la loro sensibilità …"), "Un amore che sta per finire" ("… qualcuno è cambiato, uno di noi due, e sicuramente non sono io, ma sei tu …"), "Un amore felice" ("… sono al settimo cielo, niente mi fa paura in questo momento, nemmeno la morte …") e "In attesa di una risposta" (la paura che possa finire, anche questa volta, qualcosa di molto bello, porta la protagonista a porre delle domande alla persona amata e conclude con un preciso messaggio: "Non è mai troppo tardi, puoi ancora rispondermi"), un discorso a parte, invece, va fatto per la bella lirica su "Lady D", questa principessa del popolo e delle emozioni, della "normalità" e della "eccezionalità" allo stesso tempo, che pure per Giovanna, come per limmaginario collettivo, incarna lo spirito romantico del nostro tempo, la capacità di farsi sommergere e trascinare dai sentimenti, la convinzione che i problemi si risolvono con lamore, anche se in ciò è stata aiutata molto dalla sua bellezza e dalla sua fragilità (vestiva moderno, amava i concerti rock ed era impegnata nel volontariato e nelle campagne umanitarie a favore di poveri, ammalati e bambini) e, soprattutto, dagli stessi mass-media, che hanno contribuito in modo rilevante alla sua infelicità e forse, involontariamente, pure alla sua tragica morte, con un miliardario egiziano, lo scorso fine agosto, ma che comunque, frugando impietosamente nel suo "privato", lhanno resa nota a livello planetario. E si sa che per essere una star non necessariamente bisogna far parte del mondo dello spettacolo o della moda, ma basta semplicemente entrare nellobiettivo dei media. E Diana dei media è stata pure la vittima sacrificale, anzi sui suoi altari è stata immolata. Ecco perché è unicona popolare, un simbolo, di cui i media non potranno mai più dimenticarsi. In fondo la sua stessa vita è stata una parentesi tra due grandi eventi televisivi, il matrimonio ed il funerale, due spettacoli di grande bellezza e di grande impatto emotivo sul pubblico, dove Diana è stata al centro del palcoscenico, la prima volta in chiave romantica, la seconda come assenza e rimpianto, proprio come una superstar. Giovanna Pironti, che non ha parentele letterarie con nessuno, essendo ogni autore un caso a sé, è fermamente convinta che proprio lAmore è la molla che muove il tutto ("Dio ci ha dato la vita per un po / non bisogna sprecarla con lodio, ma amarsi. / Ovunque cè amore / nello sguardo di un bambino / in un sorriso / in un fiore / …, basta cercarlo"), perciò, seguendo il monito della sua "Stella", che "segue ogni" suo "passo", la madre, l "Angelo bianco" ("Segui il tuo cuore, non arrenderti / lotta per amore con tutte le tue / forze …"), è pronta a lottare per esso, nonostante che la sua esperienza diretta sia, purtroppo, costellata di momenti intensi ("luce dei miei occhi / non ti conosco eppure sei il primo / pensiero al mio risveglio e lultimo / prima di addormentarmi …"), ma pure di inganni, di delusioni ed amarezze ("Sembravi diverso / dagli altri / sembravi più sincero / sensibile, maturo / ma mi sbagliavo / sei come gli altri / falso, ipocrita …"), tanto che ad un certo punto, forse stanca, "… ha paura di non saper / di non poter / di non voler / più amare", anzi addirittura ha "… paura / di morire senza amore" e perciò quasi vorrebbe tornare ad "… essere bambina" per "… riassaporare la gioia / e lallegria dellingenuità", godersi "… anche i più piccoli / istanti della … vita" e "… ritrovare lallegria e la voglia di crescere senza timore". Ma dopo di ciò, non più "Illusioni" ("Lillusione è una malattia / ti invade / si impadronisce del tuo corpo / … della tua mente / … del tuo cuore"), ma "Finalmente il sole" ("Dopo aver percorso / un tunnel buio", che "sembrava non finire mai" e che "credevo di non poter rivedere più la luce del sole", finalmente, "… ho incontrato te / … / mi hai accecato la mente / e adesso ragiono e agisco / solo con il cuore") e così via, tra alterne vicende, fino alla fine di questo testo. Il tema dellAmore la Pironti lo affronta con garbo e con dolcezza, usando un linguaggio coinvolgente, che parla direttamente al cuore del lettore, perché trasmette, "con parole", emozioni autentiche attraverso versi leggeri e delicati, e che non lascia indifferenti, semmai spinge ognuno a guardarsi dentro, considerato che veicola grandi e profondi valori. La poesia della nostra giovane autrice esprime il palpito del cuore e la sensibilità dello spirito nella loro immediatezza e spontaneità o meglio essa è la voce pura e semplice del sentimento, che esterna liberamente e schiettamente le proprie gioie ed i propri sofferti pensieri. Come ben si vede, la poesia, da una parte, aiuta Giovanna a stare nella sua biografia e, dallaltra, le consente di proiettare il soggettivo nelloggettivo ovvero le sue esperienze vissute, negative o positive che siano, su un piano di ragioni più generali e più elevate. Cè, inoltre, un continuum "in itinere", che per ora si interrompe solo temporaneamente per motivi contingenti, la pubblicazione di questo testo. Finora, difatti, mi è sembrato di leggere un bel racconto in versi, composto da tanti anelli appartenenti alla stessa catena, che ha avuto un suo inizio e che si concluderà, definitivamente, solo quando la nostra poetessa lo deciderà in avvenire e che si ferma in questo frattempo alle ultime quattro Lettere e a Poesie come "I sogni" ("Il mondo sembra diverso quando ci / accorgiamo che grazie allamore siamo / capaci di dar vita ai sogni") e "Stupore" ("Con lo stesso stupore / con cui guardo il sole sorgere / … / così i miei occhi guardano te"). Dunque, quella di Giovanna Pironti è una poesia che si costruisce nel e col tempo e che non conosce durata, però è pure una poesia che non conosce sistematicità, pur essendo espressione sistematica della sua stessa biografia. Ma qui la poesia svolge pure un altro ruolo, quello di supporto, perché aiuta la Nostra a superare i tanti ostacoli incontrati e a trovare sempre una nuova e rinvigorita linfa per andare avanti. E ciò è possibile perché, di fronte a tante miserie, sono proprio i valori assoluti che seguitano ad agire e che facilitano il viaggio della vita della nostra poetessa. La sua forza, del resto, sta proprio nellintensità con cui vive lattimo contemplativo e non tanto nel processo intellettivo. Tutto ciò, da un punto di vista formale, Giovanna lo fa rifiutando sia le vaste e complesse architetture e sia la ricerca del tono alto o di un linguaggio forbito ed indeterminato. Il suo verseggiare è semplice ed accessibile, né corre dietro, fatta leccezione di "Stupore", a "figure retoriche", quali le metafore, gli eufemismi o le similitudini. Nella Pironti vengono meno le regole fisse, gli schemi metrici ben definiti e le macchinose costruzioni di strofe, né ci si richiama al sonetto e allode o alla ballata e allelegia, per lasciare il posto a composizioni in "versi liberi", regolate solo dallintenzione comunicativa del poeta, dalla sonorità e dalla ritmicità dei versi e dalla sincerità dellispirazione, come in tante altre composizioni contemporanee. Le stesse parole hanno prevalentemente il loro valore normale (denotativo) e poco quello più ampio e dilatato (connotativo), anche se pure la Nostra sfrutta le numerose possibilità di scelta e di accostamento, optando per combinazioni non sempre scontate o prevedibili, ma per lo più per combinazioni inedite, giocando con esse e creando significati suggestivi. Giovanna Pironti con questa sua prima fatica letteraria contribuisce non poco a rafforzare quella necessaria "cultura poetica", già abbastanza solida per la verità, per arginare in modo efficace i mali di questa società sempre più depersonalizzata e sempre più legata ai disvalori dellavere e non ai valori dellessere. E vero, per dirla con la poetessa marchigiana Giuditta Castelli, che "carmina non dant panem", ma sono proprio i versi, in fondo, a fare in modo che i valori e le i dee sane non siano mai "povere foglie dautunno / ma onde che baciano ogni riva / e sempre ritornano / come canto di vita".

Mario Onesti (Dicembre 1997)

4) Presentazione Libro di Poesie "LACRIME DI PIERROT" di Angelo Grippa, ebolitano – Centro Culturale Studi Storici Il Saggio" Editore

   La fatica letteraria di Angelo Grippa va inserita in un contesto ben preciso, da collegare direttamente alla sua esistenza. Combattuto tra memoria e viaggio, con questo lavoro trasmette agli altri quello che ha dentro, fa conoscere cose personali, che altrimenti sarebbero restate nascoste per sempre nel suo scrigno. Esternando una parte importante del suo privato, ha fissato per un attimo il suo vissuto. Così può riflettere, può ricavarne tutti gli insegnamenti possibili, può riprendere, arricchito, non affatto abbattuto, un cammino interrotto anzitempo. Un cammino, però, ancora lungo, data la giovane età. Ora ha gli anticorpi necessari per evitare gli errori del passato, che non ha rimosso, ma che gli sono serviti per maturare, proprio come Odisseo, che alla fine, stanco, fa ritorno nella sua Itaca. Una poesia alle prese con un viaggio prevalentemente memoriale, in cui sogno e realtà si fondono. Una poesia, quindi, dalla chiara intenzione comunicativa. Nella consapevolezza, poi, che essa trasmette sensazioni ed emozioni, che coinvolgono direttamente il lettore, quella del nostro, in qualunque momento letta, ci dirà sempre qualcosa di nuovo, facendoci conservare nella mente ciò che ci ha colpito di più, pronto poi, a sua volta, per riaffiorare quando meno ce laspettiamo. Ciò lo fa, per dirla con Rino Mele, proprio con quella magica arte quale appunto è la scrittura fatta di versi, certamente la più difficile pena dellesasperato esercizio dello scrivere. Lo fa, cioè, con quella meraviglia che nasconde e taglia, con forbici dolorose, le parole nel loro fluire, trasformandole, dove inizia il silenzio, in piccole bandiere di confine. Con lui i versi, ovvero i righi lasciati a metà, si contorcono sulla pagina, si fermano a stento e, chiusi nel loro suono, aspettano che sallontani linutile esibizione. Come un muto acrobata, che continua il suo numero, mentre il circo si è già dissolto, il poeta costruisce intorno a sé una piccola palizzata, uno schermo per meglio difendere se stesso, mascherato, alle prese con un gioco fatto di orgogliosi frammenti di una musica appena ricordata, dimenticata già nel pensarla. Scrivere versi, anche per Grippa, significa fare della pagina non uno spazio da riempire, significa rinunciare allattività consolatoria del narrare, che è meno efficace, oltre che propria della prosa. Il linguaggio usato è ricco di immagini e suoni e di una particolare procedura e struttura compositiva e ritmica. Tra i vari tipi di testo poetico, Grippa sceglie quello lirico per meglio esprimere il suo mondo interiore, per meglio rispondere al suo desiderio di genuinità e di freschezza, allintimo convincimento che la poesia è lo spontaneo traboccare di forti sentimenti. I suoi versi, però, sono imprevedibili, ma non impoetici, né seguono un preciso schema metrico, anche se spesse volte si avvicinano abbastanza al sonetto. Essi non sono rimati, ma liberi, così come per la maggior parte dei poeti contemporanei. Vi è, inoltre, un uso prevalente di figure retoriche (metafora, similitudine, analogia) e comunica e trasmette con espressioni semplici e non elaborate, pur non disdegnando un linguaggio forbito, parole difficili o macchinose costruzioni di strofe. Non ci sono regole fisse, parentele letterarie, modelli a cui ispirarsi e solo in alcuni casi sembra leggere Cecco Angiolieri, Foscolo, Leopardi o Primo Levi. Quella di Lacrime di Pierrot è una storia in versi, la storia di un percorso non ancora concluso, in cui i temi centrali sono lamore, il viaggio, la speranza, affrontati in modo immediato e diretto, senza ipocrisia, con garbo, dolcezza e sensibilità, rabbia, amarezza e nostalgia. Il Lavoro ha un inizio ed una fine, che però non è da intendere come il termine di un discorso, perché è proprio dopo le Parole di Pierrot che incomincia un nuovo inizio. La Raccolta si divide in quattro parti: La solitudine (6), Il dolore (10), Il ricordo (4) e Lardore (9). Ventinove poesie e 539 versi (95, 176, 80 e 188). Ciò senza considerare le quattro introduzioni a ciascuna di esse (16 versi particolari: 3 – 5 – 4 – 4), il prologo (Lacrime di Pierrot- 20 versi) e lepilogo (Parole di Pierrot – 19 versi). Il tutto per complessivi 594 versi (539 + 55). Le note di Angelo si sentono, proprio come una melodia, solo nelle notti cieche, perché nella luce/non hanno coraggio per uscire fuori, perché la sua voce non vive più, e solo la poesia lo aiuta a non soccombere, anzi riesce a fargli esprimere ciò che non sarebbe più i grado di fare. LUltima Parte (LArdore) e lEpilogo (Parole di Pierrot) segnano il riscatto e la voglia di risorgere con ardore. E così al momentaneo pessimismo, dovuto alle controverse contingenze e alla dura realtà, subentra lottimismo o meglio la ferma volontà ricominciare, perché, in fondo, non è forte chi non cade mai, ma chi, dopo la caduta, sa rialzarsi. E così, tra dischiusi battenti di memoria, si affacciano volti, fatti ed eventi obliati, che, come echi, ritornano proprio nel mentre si credevano persi per sempre. Un passato amaro ed un avvilente presente, non visti però come muffa, macerie. Ed è proprio questo viaggio memoriale che ricompone tappe importanti del suo passato ed il sogno che esse gli hanno consentito di costruire. Memoria e ricordo, dunque, da intendere come riflessione consapevole. La solitudine (caldacoperta per lui ormai trafitto/da venti gelidi) gli serve per contemplare il passato, immortalare esperienze, liberare ogni forma di dolore, ma pure per cercare verità nascoste. Spoglio, infreddolito, riprende il suo cammino/nella speranza/di trovare se stesso. È un cammino fatto da un cuore vagabondo per cortili che non aveva mai visto, per strade che non aveva mai conosciuto, per paesi la cui esistenza gli è ora difficile. È un vagabondare tra mille pensieri, per fare il punto della situazione e per cancellare le paure, per oscurare le ansie, per scolpire damore il suo odio. Cerca di rifugiarsi nellimpossibile/per defalcare gli errori del passato/e sconfiggerli nel futuro. E così sbarca, in silenzio, verso la luna, per lasciarsi indietro la vita inquieta. Sano fisicamente/il morale roco rinnega ed, avviata lavventura, le stelle fanno da vela alla sua barca e limmenso universo è il suo oceano, le galassie sono le sue isole. Ornato da albe affascinanti e tramonti travolgenti, il niente, quel buio illimitato, illuminato solo dal dolce e triste chiarore lunare, soprannominato cielo, riempie di speme il futuro vivere, anche se, in fondo, invaghirsi della luna, non ha senso, perché quel suo lucere non è in grado di dargli aiuto. Ormai davanti ha solo il baratro!. Il suo pesante passato (momenti lugubri/e attimi di sconfitte hanno scolpito cicatrici nel suo cuore e sul suo amore acceso/diventato ozioso) si posa sul suo animo, graffiante sfiora il suo cuore, trafiggendolo con gesti e parole pungenti, ed efferato annienta il presente, allo stesso modo del ricordo che, cruento, uccide il suo vivere quotidiano. Un ricordo fatto di fotografie animate (fotografie oniriche/capziose/slavate, che, gaie, si posano/una sullaltra/formando ununica pellicola/di un film/obsoleto), attimi incancellabili che, affamati, divorano i suoi pensieri. Nello specchio del passato, che non dà più futuro, vede tante cose: uomini morire, persone piangere sangue, la miseria primeggiare, donne abortire, cuori lacrimanti di madri per amori già sepolti; in quei giorni bui ha pure visto e sentito le sue lacrime cadere sul rimpianto di quel che è stato e di ciò che poteva essere. Con il volto della sofferenza racconta, ricordando, la sua odissea: comè brutto/vedere noi esonerarci/dal nostro unito amore,/i nostri sogni nel cassetto/svaniti/portati via dal vento freddo. È un peregrinare lungo, interminabile, ma è tutto ciò che gli rimane: non so se tu/crederai a tutto ciò che scrivo/ma lo scrivere/è tutto ciò che mi rimane. E continua: Non ho rimpianti/non ho pudori/nemmeno rimorsi./Ho solo delusioni, che poi sono la causa del mio abbattimento morale. Ricorda lamore (bagnato/freddo/come rugiada al mattino), che inumidiva il suo cuore, provocando brividi mai provati, e, mentre fa ciò, è amareggiato (lacererei i miei ricordi/se solo potessi/abbatterei ciò che di brutto/è stato ieri/brucerei il presente/per non avere in futuro/un passato rumoroso) e confuso (la mia rabbia infestava il mio ragionare/negavo la mia esistenza/abbandonavo il mio vivere) e, perciò, cerca di fuggire (uomo/cercasti con fallo un antro/per rifugiarti da quellodissea), invece di affrontare la realtà (ciò che dovevi fare/era affrontarla). Ed il dover subire/senza potersi difendere, prima lo porta a conoscere linquietudine, ma poi è la vita stessa che lo spinge a conoscere il vero. Ora questo poeta di poesie effimere, di scritte transitorie, non fugge più, ma affronta la dolorosa realtà. Cosa, però, non facile. Alla fine, però, vince, perché proprio lui, poeta che ha amato più dellimpossibile, invece di rifugiarsi nellinfinito, da cui si traggono solo abbagli, ascolta il suo cuore (un condottiero, che ti condurrà verso la libertà del vero) e cerca ancora amore, nonostante continui ad essere assillato dai ricordi (indimenticabili arie damore, poesie sussurrate al tuo cuore, pensieri urlati dolcemente), che vagano, sallontanano, si eclissano, ritornano (nemmeno laccendersi/di un mare in fiamme, potrebbe lacerare la valle della memoria). Dopo il ricordo, ecco arrivare trionfante, desideroso di affermarsi, lardore, per obliare ogni grado di sofferenza, per visionare sentimenti ed emozioni intensi, per sprigionare indelebili passioni. Dopo lamara riflessione, fatta di solitudine, dolore, ricordo, ecco che incomincia, con ardore, la ripresa. Chiuso un capitolo, se ne apre, se ne deve aprire un altro. E qui è il vero spartiacque tra passato e nuovo futuro da costruire dopo la grande delusione. Ma prima di ciò, nella consapevolezza che ad ogni alba corrisponde un tramonto, passa ad analizzare, questa volta velocemente e senza rimorsi, lo scorrere del tempo passato, per comprendere la sua opera e ciò che ha fatto e realizzato (cerchiamo sempre/di dare il meglio/nella vita/in amore/anche se a volte/abbiam paura di affrontare/il presente, innalziamo/barriere per difenderci e regrediamo con la memoria/ricordando attimi/di scomparse,/di addii incancellabili). E che bisogna lottare/per ottenere qualcosa, glielo ha fatto capire proprio quel rinchiudersi in sè, quel calore dellamore/che, a volte, ha lasciato prendesse freddo, quellamore perduto, simile ad una ferita inguaribile/di un rimpianto rinato. Qui sembra quasi che lautore-attore faccia, finalmente, un po di autocritica, forse per non addossare solo ad altri la responsabilità di quanto è purtroppo successo. Angelo, dopo giorni di lunghe agonie,/attimi obliati/in oceani di odissee, si rivolge alla gente, ai lettori di questo suo scrivere dolente, per informarli, per far loro sapere cose legate al suo esistere, affinché ascoltino dolcemente/i pensieri che invadono il suo ragionare: non ho scritto per scuotere/i vostri sentimenti,/ma,/considerate il fatto/che tutto ciò è stato. La lettura di questo testo ci arricchisce, perché ci fa andare ben oltre esso, perché ci fa cogliere il suo intrinseco messaggio, senza farci restare spettatori passivi, bensì risvegliando in noi ricordi, sensazioni, emozioni. Nello stesso tempo ci fa capire che è proprio il flusso delle contingenze, a volte gioioso a volte doloroso, che può insegnarci come fare per non sbagliare in futuro. Nella prima parte ci sono le lacrime (lato emozionale), causate dallarresto del cammino, nella seconda, invece, subentrano le parole (lato razionale) di Pierrot, di questa maschera che è in tutti noi. In fondo, per dirla con Pirandello, ciascuno di noi, qualunque cosa faccia, recita sempre: nelle diverse situazioni e con le diverse persone. La nostra vera parte è quella che si vede di meno e la persona vera è proprio quella che si trova dietro la maschera. La vita, il mondo in cui viviamo è un immenso palcoscenico, dove luomo nel corso della sua esistenza recita più di una parte (fanciullo, adolescente, uomo maturo, vecchio). Da qui la consapevole determinazione per il prosieguo sulla strada della vita. E come Angelo vuole percorrere fino in fondo la strada comunque intrapresa, così il lettore, una volta avviata la lettura di queste coinvolgenti poesie, ricche di sensibilità, certamente non si fermerà fino a che non le avrà lette tutte, vuoi per curiosità, vuoi perché emotivamente coinvolto sempre di più. Sicuramente in tante di esse si riconoscerà o si identificherà.

Mario Onesti (Aprile 2002)