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   Ecco, Mario, ti invio la testimonianza sulla mia esperienza londinese. Ti allego delle Foto e il Link di un Articolo trovato sulla rete, che convalida quello che ho scritto riguardo alle responsabilità degli inglesi nel fronteggiare certe situazioni, in particolare quella di questo Natale…un abbraccio e un Augurio di Buon Anno. Paolo

Un italiano a Londra

   Così arriva il grande giorno atteso da più di cinque mesi, finalmente si parte per Londra, destinazione Oxford. Il biglietto è stato prenotato online molti mesi prima. Fa molto freddo in Italia, i telegiornali parlano di un’ondata di gelo, che ha bloccato l’Europa intera, ma da Pisa il mio volo per  Londra – Stansted non è cancellato. Si parte alle dieci e un quarto in punto. Il personale dell’aeroporto è professionale, disponibile e qualificato, parla bene l’inglese, comunica in modo corretto con gli altri stranieri. L’aereo arriva a destinazione con cinque minuti di anticipo. Londra è paralizzata dall’ondata di gelo che ha colpito tutta l’Inghilterra, qualcuno parla dell’inverno più freddo degli ultimi cento anni. Stansted è un aeroporto piccolo rispetto a quello centrale di Londra, ma è ben fornito, fuori tutti i mezzi di trasporto sono bloccati, bisogna restare nell’aeroporto, perché è riscaldato, c’è acqua, cibo, ci sono i servizi igienici. Continuo a girare per la stazione aeronautica in cerca di un mezzo che mi possa accompagnare ad Oxford, ma i bus sono fermi a causa del gelo, i treni bloccati e un tassista a cui offro centocinquanta pounds (meno di duecento euro) per il viaggio, mi dice che è meglio restare fermi nell’aeroporto, invece che bloccati in mezzo alla strada nel gelo e nella neve.

   Cominciano le mie telefonate per tranquillizzare la famiglia e per trovare una soluzione, anche se si vocifera  che la situazione rientrerà nella normalità a breve. Nel frattempo cerco di informarmi, di chiedere spiegazioni, ma il servizio offerto per questo stato di emergenza è pessimo, il personale dell’aeroporto parla solo inglese, nessuno sa dare spiegazioni precise, nessuno riesce a tenere testa in maniera sufficiente al disagio che si è venuto a creare, c’è chi allestisce letti di fortuna, o cerca di  sapere qualcosa attraverso internet, un gran caos regna, i pochi italiani che incontro sono confusi come me, continuo a tenermi in contatto con i miei e li rassicuro, dicendogli che fino a quando sono nell’aeroporto non c’è da preoccuparsi. Ovunque vado devo portarmi dietro venticinque chili di valige, perché, se mi allontano anche di dieci metri, gli agenti della Security mi riprendono dicendomi di non lasciare i bagagli incustoditi, sono le leggi antiterrorismo.    

   Sta per calare la notte, la temperatura scende, siamo a meno diciassette gradi, ho freddo, fame e ho bisogno di lavarmi, i piedi cominciano a farmi male e il cellulare è quasi scarico, allora mi avvicino allo sportello servizi, aspettandomi un trattamento adeguato per la situazione che sto vivendo, spiego ad una donna del personale, che indossa la divisa della protezione civile, che sono italiano, sono rimasto bloccato nell’aeroporto, sono solo e malato, perché da poco ho subito un intervento alla tiroide, ho bisogno di prendere le medicine e ho il telefono scarico, l’unico mezzo  per contattare i miei. Gentilmente le chiedo se posso metterlo sotto carica, ho l’adattatore per le prese inglesi dico, ma la donna mi fa cenno di no con la testa e mi dice che non posso fare una cosa del genere, allora penso di essermi spiegato male e parola per parola, spiego la mia situazione, mostrando la cicatrice dell’operazione alla gola, che, a causa del freddo e dello stress è diventata rossa e gonfia, ma la donna mi ripete la stessa cosa, non è possibile fare quello che sto chiedendo. Allora prendo dalla rubrica del cellulare tutti i numeri più importanti e li trascrivo sulla mia agenda. Intanto da casa mi dicono che non ci sono voli almeno fino al ventisei di dicembre, cosa che mi viene confermata anche dai dipendenti che lavorano agli sportelli delle prenotazioni. Faccio un’ultima telefonata in Italia, spiegando che ho il cellulare scarico e devo trovare assolutamente un modo per poterlo caricare, altrimenti, potrei ritrovarmi con un problema in più. Poi, a notte inoltrata, sento parlare in italiano alcuni ragazzi, lavorano in una compagnia che vende biglietti per bus, mi avvicino ad uno di loro e gli spiego la mia situazione, gli dico che la ferita sta cominciando a farmi molto male e che se il telefono si spegne sarò costretto a cambiare un sacco di monete per telefonare a casa o comprare una di quelle schede telefoniche internazionali usa e getta. Il giovane della biglietteria gentilmente si offre di farmi ricaricare il telefonino, così mi siedo su una delle sedie nella sala d’attesa, finalmente ho qualcuno a cui posso spiegare le cose. Dopo un po’ il ragazzo si presenta, mi dice che lavora nell’aeroporto, da un po’ di tempo, parla l’inglese e la compagnia per cui lavora è italiana, vende biglietti per i turisti che viaggiano col bus, scopriamo di essere concittadini, di Salerno per la precisione, mi dice che, appena finisce il suo turno di lavoro, mi aiuterà a trovare una soluzione, infatti dopo un paio di ore ho un alloggio di fortuna per la notte, siamo a  meno venti gradi.

   l giorno dopo leggo che gli aeroporti principali sono bloccati, a Parigi, molti viaggiatori, sono stati soccorsi dalla protezione civile, gli hanno offerto cibo, acqua, ristoro, hanno portato doni ai bambini e celebrato addirittura messa per qualche credente, invece a Stansted  nessuno è in grado di fare qualche cosa. Siamo a Natale, giro con le valige avanti e indietro, ho i polsi che cominciano a farmi male, ma finalmente vengo a sapere che un volo per l’Italia si è liberato, si parte il ventotto, anche se mancano tre giorni, so che il peggio è passato. Trascorro il tempo che mi rimane, come un vero profugo, lavandomi come posso, mangiando il cibo che compro all’aeroporto, patendo il freddo e allestendo letti di fortuna, perché non riesco sempre a trovare una sistemazione per la notte e i soldi che ho portato con me, non mi permettono di trovare una sistemazione in un ostello, o in qualche albergo. Poi arriva il giorno della partenza, dopo due ore di volo sono in Italia, mi sento finalmente a mio agio, tutto quello che ho passato sembra solo un brutto ricordo. Ma non riesco a non pensare  a quello che mi è successo, al modo superficiale che gli inglesi hanno usato nel fronteggiare la situazione d’emergenza che si è presentata e il detto “Paese che vai usanza che trovi” non riesce proprio a convincermi, resto molto perplesso, turbato. L’Inghilterra è un paese civile, eppure non ha saputo  tener testa ad una situazione come quella che ho vissuto io.

   Un consiglio per tutti gli italiani: Se partite per l’Inghilterra a Natale e magari sapete di trovare gelo e neve, portatevi dietro un galateo da regalare agli inglesi, visto che una casa tascabile ancora non è stata inventata, Paolo Ruggiero

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David Cameron – Primo Ministro inglese

Il Regno Unito resta a terra

Treni e aerei bloccati per il freddo: le colpe della British airport authority (Lorenzo Berardi)

   «Sono frustrato per conto di tutti quelli che sono stati colpiti da questi disagi». David Cameron si schiera dalla parte delle migliaia di viaggiatori che, a causa dei disagi provocati dall’ondata di gelo abbattutasi sul Regno Unito, sono stati costretti a rivedere i propri piani per le festività natalizie.

   In una conferenza stampa convocata martedì 22 dicembre, il primo ministro britannico è stato costretto a prendere una posizione sul caos dei trasporti che ha paralizzato il Paese. Una situazione che ha evidenziato le lacune del sistema britannico dei trasporti, mettendo a nudo la vulnerabilità della rete autostradale e ferroviaria e trasformando le hall di Heathrow in un bivacco per centinaia di persone costrette a terra da cancellazioni e ritardi. Dopo l’azzeccata decisione di non trascorrere il Natale in Thailandia, presa con largo anticipo, Cameron non è stato personalmente toccato dal blocco dei trasporti ma ha sentito ugualmente il bisogno di manifestare il suo disappunto, pur riconoscendo l’eccezionalità della situazione e senza addossarsi alcuna responsabilità diretta dei disagi.

Aeroporti bloccati e treni nel caos

   Mentre Cameron e i ministri del suo governo si interrogano su ciò che non ha funzionato, la stampa britannica pare avere individuato il proprio capro espiatorio: la British airport authority (Baa) che gestisce, fra gli altri, gli aeroporti di Heathrow e Stansted. Alla Baa si rimprovera di non avere adottato adeguate contromisure per prevenire i disagi soprattutto nel caso del grande hub londinese, dimenticando inoltre di fonire informazioni tempestive e puntuali ai viaggiatori in attesa di capire se il loro volo sarebbe o meno decollato.

HEATHROW PARALIZZATO. Di fatto, è bastata una tormenta di neve nel tardo pomeriggio di sabato per paralizzare il traffico aereo su Heathrow con inevitabili ripercussioni a catena anche sugli altri tre aeroporti della Capitale oltre che sugli scali del resto del Paese. È stato infatti nel maggiore scalo del Paese e d’Europa per numero di viaggiatori in transito (66 milioni solo nel 2009) che le conseguenze delle recenti nevicate e delle successive gelate hanno creato e stanno tuttora determinando i maggiori problemi. A distanza di cinque giorni, le conseguenze di quei tredici centimetri di neve sulle piste del grande hub londinese nel giro di un’ora continuano a farsi sentire. Baa è stata criticata dai media per non essere stata capace di rimuovere il manto nevoso tempestivamente, costringendo alla chiusura di entrambe le piste di atterraggio dello scalo.

IL DISCORSO DI CAMERON. Bbc News  si è occupata della vicenda, dando ampio spazio al discorso di Cameron che si è concentrato proprio sulla situazione dell’aeroporto di Heathrow. Un intervento che non assomiglia affatto a un mea culpa e che non lancia alcuna accusa diretta al ministro dei Trasporti Philip Hammond. L’inquilino del numero 10 di Downing Street preferisce piuttosto vestire i pesanti panni invernali del cittadino qualunque, criticando dall’esterno la situazione. Se da un lato il primo ministro ha preso le difese della Baa, definendo «comprensibili i disagi vista la quantità di neve caduta su Heathrow», dall’altro non ha potuto negare che «sta occorrendo troppo tempo perché la situazione migliori».

TRENI IN TILT. Se la situazione negli aeroporti di Heathrow, Gatwick, Stansted e Luton è stata caotica, non è andata meglio a chi ha scelto per tempo o all’ultimo momento di partire in treno. Non si può dire, infatti, che l’Eurostar, tradizionale ancora di salvezza ed extrema ratio dei viaggiatori britannici diretti in Europa, abbia rappresentato un’alternativa facilmente percorribile. Lo testimoniano le attese e i ritardi venutisi a creare negli ultimi giorni nelle stazioni londinesi, fra le quali St.Pancras, dove la fila dei viaggiatori in partenza ha raggiunto il chilometro di lunghezza (guarda il video sui disagi).

Voli bloccati in Aeroporto (Getty Images)

Le colpe della British airport authority

    Una solenne bocciatura all’operato della Baa arriva invece sulle colonne del Guardian a firma di Neil Clark, che fa risalire le responsabilità delle inefficienze venutesi a creare addirittura a Margaret Thatcher. Secondo il giornalista del Guardian, infatti, i problemi per Heathrow sono cominciati con la privatizzazione della British airport authority, oggi passata in mani spagnole, decisa a seguito dell’Airport Act del 1986 varato proprio dalla Lady di Ferro.

L’AIRPORT ACT. Un atto che, ricorda Clark, si proponeva di «liberare la gestione degli aeroporti da ogni interferenza politica, consentendo agli operatori di rispondere direttamente alle esigenze delle propria clientela invece che di delegare il tutto alla classe politica». Allo stesso tempo, si garantiva che «migliori servizi sarebbero stati garantiti a tutti i passeggeri in transito o in attesa negli aeroporti». Parole che non trovano riscontro nelle estenuanti attese spesso in assenza di aggiornamenti o ragguagli sulla situazione alle quali sono stati costretti tutti coloro che avevano deciso di partire da Heathrow nel weekend.

NAZIONALIZZARE GLI AEROPORTI. Per questo motivo il Guardian auspica che l’opposizione laburista si schieri a favore di una ri-nazionalizzazione non solo dei maggiori aeroporti, ma anche delle «inefficienti ferrovie privatizzate che sono andate in tilt per via del grande freddo». Clark contesta il principio secondo cui ogni attività e servizio del Regno Unito debba mirare al profitto. Un concetto che «può funzionare per negozi e supermercati, ma ha effetti catastrofici sulle infrastrutture e i trasporti del Paese, come si è potuto notare nell’ultima settimana».

   L’articolo attacca apertamente la politica della Baa che «sembra guidata da un’unica preoccupazione: massimizzare i profitti per la sua proprietaria, la spagnola Ferrovial». Una politica che, secondo Clark, ha determinato la decisione di non ordinare abbastanza spazzaneve per consentire di tenere aperte le piste di Heathrow. A sostegno di questa tesi, il quotidiano londinese ricorda come a fronte di profitti pari a un miliardo di sterline stimati per il 2010, «Baa abbia investito solo 500 mila sterline nell’acquisto e nella manutenzione di mezzi e materiali per tenere pulite le piste di atterraggio» (Mercoledì, 22 Dicembre 2010).

Servizio a cura di Mario Onesti (monesti.blog.tiscali.it – monesti@tiscali.it)

P.S. – Riproduzione Vietata dell’Articolo “Un italiano a Londra”