Sulla tragedia mineraria di Monongah, la più grande catastrofe mineraria degli Stati Uniti

   Delle strutture della miniera di Monongah, un piccolo paese della West Virginia, rimane solo un edificio, forse le docce o gli spogliatoi dei minatori e, sparsi sul terreno circostante, i resti di giganteschi ventilatori, forse espulsi in superficie dalla forza della terribile esplosione del 6 dicembre 1907. Dopo più di un secolo sono ancora lì, tra le sterpaglie, accanto ad una strada sterrata e al fiume che scorre poco distante. Da questo fiume deriva forse il nome affascinante di questo paese, nella lingua degli indiani che abitavano questi luoghi dei monti Appalachi, sembra infatti che “Monongah” significhi “fiume dalle acque ondulate”. Un nome poetico che contrasta con il fango e il deprimente paesaggio da “archeologia industriale” di questo posto.

   Partendo da Pittsburgh, una delle città industriali che hanno letteralmente “costruito” l’America, sono arrivato in West Virginia insieme al regista italiano Luca Guardabascio, che ha insegnato come “Rooney scholar” della Robert Morris University di Pittsburgh e sta realizzando un documentario sulla tragedia mineraria di Monongah, e insieme al console italiano onorario di Pittsburgh, il professor Joseph D’Andrea. Quella che è stata la più grande catastrofe mineraria degli Stati Uniti è rimasta a lungo dimenticata, fino a quando, nel 1956, grazie alle ricerche di Padre Everett Francis Briggs e, successivamente, grazie ad altri giornalisti e ricercatori, tra cui Domenico Porpiglia (che ha fatto conoscere la tragedia in Italia) e lo stesso Joe D’Andrea, si è iniziato a tentare di ricostruirne la storia. Sono incerte le cause dell’esplosione: forse l’accumulo di gas metano, data la scarsa evoluzione dei sistemi di controllo dell’epoca (Joe mi spiega che era abituale la pratica per i minatori di portare canarini negli scavi, per la loro sensibilità all’intossicazione, segno inequivocabile per i minatori che era il momento di fuggire), forse la fortuita produzione di una scintilla che ha innescato la catena di esplosioni. Incerto dopo tanto tempo rimane anche il numero delle vittime, in gran parte di origini italiane, turche, polacche o comunque slave. In un primo momento si parlò di 361, poi di oltre 500. Joe D’Andrea, attraverso le sue ricerche, parla di oltre 900. Il sistema di retribuzione era basato infatti sulla quantità di carbone portato in superficie e non sulla quantità di ore lavorate: i minatori registrati portavano con sé diversi aiutanti, spesso ragazzi, secondo il cosiddetto “buddy system”, una pratica permessa dalla legge americana. Nella miniera, al momento dell’incidente, erano quindi presenti molte più persone di quelle che risultano sui registri della “Fairmont Coal Company”, la compagnia proprietaria delle miniere di Monongah. Il numero maggiore di vittime è proprio quello dei minatori italiani, per lo più contadini emigrati in America dalle regioni dell’Italia meridionale: Duronia, Torricella del Sannio, Roccamandolfi, nel Molise; poi l’Abruzzo: Civitella Roveto, Atri, Canistro; la Basilicata e la Calabria: Noepoli, S. Giovanni in Fiore, Castrovillari, Strongoli. E questi sono solo alcuni dei paesi di provenienza dei minatori. L’ex console è molisano, di Roccamandolfi, e si dedica da anni alla ricerca dell’identità delle vittime, della verità sulla tragedia e alla ricostruzione del grande fenomeno dell’emigrazione italiana in America, mettendone in risalto, al di là dei luoghi comuni, gli aspetti diversificati, l’alto livello di qualificazione di una parte dei migranti che hanno contribuito, dal semplice operaio all’ingegnere, a costruire la stagione della grande crescita industriale degli Stati Uniti.

   Di quella che è stata definita “la Marcinelle americana” sono incerte le cause così come il numero reale delle vittime, in gran parte emigranti italiani. Monongah si trova ai confini della cosiddetta “rust belt”, la cintura di ruggine del Nord Est, un tempo cuore industriale degli Stati Uniti.

Luca Onesti (COSCIENTIA – Volume IX, Numero IV – Agosto 2012, Pag. 3)

 

Luca Onesti e Luca Guardabascio a Pittsburgh