Il Blog di MARIO ONESTI

Il Blog di MARIO ONESTI L'Impegno e la Coerenza di una Vita

 

DONNA e VIOLENZA. Convegno e Legalità patrocinato dal Senato della Repubblica 

   “Reading di Testi” degli Studenti della Scuola di Istruzione Secondaria Superiore “Epicarno Corbino” di Contursi Terme (Sa). Lo scorso 17 Marzo 2015, Ore 14.00,  presso il Senato della Repubblica, Sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria Sopra Minerva, Piazza della Minerva, 38, gli studenti del “Corbino” sono stati i protagonisti di un interessante Convegno sul tema della “Donna e Violenza”. Nutrito il Programma: Indirizzo di saluto di Valeria FEDELE – Vice Presidente del Senato della Repubblica. Hanno introdotto Angelica SAGGESE, Senatrice e Segretario della Presidenza del Senato della Repubblica, Rosaria ZIZZO, Docente e Referente di “Educazione alla Legalità”, Istituto ISISS “E. Corbino” di Contursi Terme, Mariarosaria CASCIO, Dirigente Scolastico Istituto ISISS “Corbino, Reading di Testi, Studenti Istituto ISISS “Corbino” (con Testi e Regia di Rosaria ZIZZO).. Ne hanno parlato Annamaria PARENTE, Senatrice, Membro della Commissione Permanente Lavoro, Previdenza Sociale, e Membro della Commissione sugli Infortuni sul Lavoro, ed Andrea MARCUCCI, Senatore, Presidente della Commissione Permanente Istruzione Pubblica, Beni Culturali.

   Una tematica molto cara alla Docente di Lingue Straniere. Donna “Violenza e legalità”, con monologhi di donne tratti dai testi “Anima in Parole”, “Edizioni ordinarie” e “Vite in cenere”. Infatti già l’8 Marzo 2013, insieme all’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, Rosaria Zizzo volle ricordare in occasione della Giornata Mondiale della Donna, unitamente ai suoi alunni dell’Istituto “Epicarno Corbino” di Contursi  la tematica legata alla Donna. Venerdì 21 Giugno 2013, nella sala d’onore del Castello di Arechi di Salerno la professoressa battipagliese di Lingue, di origine siciliane fu insignita della Medaglia della Presidenza della Camera dei Deputati. Indubbiamente fu un giusto riconoscimento ad una donna che negli ultimi anni si è distinta per il suo impegno nella trattazione di temi riguardanti l’universo femminile, molto spesso violato con abusi e soprusi. Nelle sue opere, di ampio respiro e di notevole valenza sociale, la Zizzo si è soffermata spesso sul problema purtroppo ancora attuale della violenza tra le mura domestiche, dei licenziamenti per maternità, delle scarse misure di sicurezza, dei sacrifici, delle sofferenze: “Come è possibile mancare di rispetto ad una donna, abusare di lei, sfruttarla?. Come fa il figlio di una donna a licenziare una donna perché aspetta un figlio?. Lui stesso sarebbe stato un aborto!. Come fa il figlio di una donna a picchiare, violentare, ammazzare una donna e non ricordarsi che esiste grazie ad una donna?”.

  Rosaria Zizzo, poetessa ed insegnante, con i suoi versi ha smosso il cuore e la coscienza anche dei suoi studenti, che ha coinvolto in un importante progetto di teatro, “In scena per crescere nella Legalità”, che abbraccia temi inerenti la legalità, il rispetto delle regole e le pari opportunità, che gli alunni dell’Istituto “Corbino” di Contursi, dove insegna, nel corso degli anni ed in diverse occasioni hanno portato in scena sia a scuola che in manifestazioni sulla Legalità. Grazie al suo impegno nella diffusione della cultura teatrale come momento di incontro, conoscenza e approfondimento esperienziale, ha contribuito enormemente alla crescita, alla formazione ed allo sviluppo culturale dei ragazzi, ricordando loro la necessità di attivarsi con sempre maggiore impegno per eliminare le violenze e le discriminazioni nei confronti delle donne, non solo da parte degli adulti ma anche da parte dei giovani, i quali devono imparare a denunciare episodi di illegalità, di cui siano testimoni, prendendo coscienza dei fenomeni che li circondano. Un riconoscimento meritatissimo, ma a lei ancora più gradito, perché proveniente dalla sua terra: una donna del Sud, la quale è stata insignita di numerosi premi anche oltreoceano, nel New Jersey con una bellissima recensione del quotidiano “America Oggi”.

   Questo il Testo di Invito ai Dirigenti Scolastici delle scuole del Territorio Nazionale: Incontro sul tema Donne – Violenza e Legalità. Egregio Dirigente Scolastico, nel solco delle celebrazioni per la giornata internazionale della Donna, unitamente all’ISISS “Epicarno. Corbino” di Contursi Terme, abbiamo ritenuto utile organizzare, presso il Senato della Repubblica, un momento di riflessione e confronto sulla condizione femminile.     

   La violenza, purtroppo, è costantemente accanto alla donna. E’ necessaria una rivoluzione culturale nei rapporti di genere, la diffusione di una nuova cultura delle relazioni tra uomini e donne basata sul rispetto reciproco e sul superamento di discriminazioni e stereotipi. Solo attraverso questo percorso la violenza sulle donne si potrà sconfiggere. Alla scuola, prima che ad altre Istituzioni, è affidato un arduo compito, una sfida che tutti insieme possiamo e dobbiamo vincere. La drammatizzazione scritta da persone che hanno fatto dell’insegnamento la loro missione e interpretata da allieve delle classi superiori, rende efficace, fruibile e coinvolgente il messaggio diretto anche agli studenti del suo Istituto. L’incontro, a cui sono lieta di invitare la Sua scuola ed il cui programma dettagliato seguirà a breve, ha avuto luogo MARTEDI’ 17 MARZO 2015, ore 14.00, presso la SALA CAPITOLARE del Senato della Repubblica Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva. Scusandomi per il tardivo invito e confidando in un positivo riscontro, Le porgo i miei più cordiali saluti, Sen. Angelica Saggese. A fini organizzativi Le chiedo gentilmente di dare conferma dell’eventuale presenza nel più breve tempo possibile, precisando il numero ed i nominativi dei partecipanti. Per ogni chiarimento e informazione si è stata contattata la dott.ssa Paola Sorgente ai seguenti recapiti telefonici: 340/9661463 – 06/67064239. Si ricorda che l’accesso ai Palazzi del Senato era consentito agli uomini esclusivamente in giacca e cravatta. L’accesso alla Sala è stato consentito fino  al raggiungimento della capienza massima. Una manifestazione riuscita pienamente.

Mario Onesti (Il Saggio “Donna e Legalità”- Aprile 2015, pag. 33)


Lunedì in Albis a Campagna, una nobile ed antica Tradizione

Autore: MARIO ONESTI | Scritto Giovedì Aprile 5,2007
Processione, a Pasquetta, della Madonna della Neve e di S. Francesco di Paola dal Centro Storico a Santa Maria Nova

   Campagna è stata contraddistinta da secoli di storia luminosa, durante i quali la città si è dotata di palazzi, chiese e conventi di rara bellezza, i cui segni, nonostante tutto, sisma compreso, si colgono ancora oggi. Vivere le sue tradizioni popolari e religiose o passeggiare tra i suoi acciottolati lavici e l’informale tessitura dei suoi muri oppure tra i suoi portali e le sue fontane è un continuo perdersi e ritrovarsi fra storia e cultura, è una “fuga quasi mistica nei labirinti della memoria”. E’ Essa stessa il sogno di una serena staticità, che sembra rallentare il tempo. E proprio l’elemento religioso (le statue “si animano e diventano mortali” e gli uomini “perdono la loro carnalità, trasfigurandosi in eteree figure angeliche”) è una delle più riuscite valvole di sfogo che accompagna il lento fluire della vita dei campagnesi.In quella che è “la madre di tutte le frazioni” (pag. 57 de “Le Confraternite di Campagna attraverso i secoli” di Raffaele D’Ambrosio), un altro dei momenti più coinvolgente è quello legato alla tradizione del Lunedì in Albis ovvero alla Processione della Madonna della Neve e di S. Francesco di Paola, entrambi venerati nella Chiesa del SS. Salvatore e S. Antonino (l’Impianto Cinque-Seicentesco di Largo Zappino, poi Piazza Giulio Cesare Capaccio dal 1882 sotto il Sindaco Alfonso Cubicciotti , “poco armonico”, “sproporzionato nel suo rapporto fra sviluppo longitudinale ed altezza” e “privo di unità d’assieme”, a causa del troppo tempo impiegato per costruirlo, delle “scarse fonti luminose” e della stessa “incombenza della soffittatura”).
Da questo Tempio le Statue dei due Santi vengono portate in processione fino alla Chiesa (annessa all’antico Convento del VI secolo dc), di S. Maria la Nova, una ridente ed operosa Frazione delle Zone Basse di Campagna, una vera terrazza sulla Piana del Sele e sul Golfo di Paestum-Agropoli, fin a Punta Licosa. Ad istituire la Processione del Lunedì in Albis fu Mons. Fontana nel 1720. Da allora si ripete ogni anno a Pasquetta e le icone dei due Santi rimangono nell’oasi felice di Calli “per otto giorni o più, con l’obbligo al futuro parroco delle gratuite spese di culto inerenti” (con Atto del 5 gennaio 1928, fu concordato sul Comune di Campagna, acquirente l’1-4-1892 del lotto 1676 comprendente giardino, casa rurale e ruderi del cenobio, che a favore della Congrega di S. Maria della Neve si riservavano tutti i diritti che essa vantava sulla chiesa di Calli, specialmente quello della “processione del Lunedì in Albis”). Ritornando alla processione, il Lunedì dell’Angelo, stando a quanto ricordo, essendo nato proprio a Zappino di fronte alla Chiesa del santo Patrono, di buon mattino le due Statue vengono poste su due “tre ruote” ricche di addobbi floreali (messe a disposizione, per devozione, da alcune famiglie locali, la Di Cosimo in modo particolare) ed accompagnate dal Parroco della Chiesa (don Antonio Pisani), dalla Confraternita, dalla Banda Musicale e da tantissimi Fedeli. A Cappellone (S. Vito) avviene la “consegna” tra i due parroci pro-tempore (al ritorno, dopo 15 giorni, di domenica, si verifica lo “scambio” inverso) e poi la processione prosegue, tra canti, preghiere e note musicali, per il Quadrivio, con sosta al Cimitero, per arrivare, intorno a mezzogiorno, nella ridente Frazione, dove, tra gli applausi ed i fuochi d’artificio, le due effigi entrano in Chiesa per dare il via alle solenni celebrazioni religiose.
È l’occasione per gli abitanti di Santa Maria la Nova, del Centro Storico, delle altre numerose Frazioni e dei comuni viciniori per trascorrere una giornata diversa, all’insegna della meditazione, ma anche del contatto diretto con la natura. È una grande giornata di festa, attesa per un anno intero, che apre la primavera delle feste(religiose e laiche). Tutti hanno l’occasione per divertirsi, visitare la grande fiera all’uopo predisposta e assistere allo spettacolo musicale e pirotecnico di tarda serata. Nulla è lasciato al caso, tutto è studiato nei minimi particolari, sotto la regia magistrale del dinamico ed attivo parroco don Marcello Stanzione.

Mario Onesti (“Il Saggio” – N.23, pag.9)


Campagna “tra l’Età Moderna e Contemporanea – Campagna nel’Ottocento”, Terzo Volume della Storia della Città

   Scrive nella premessa al Libro Vito Maggio: Con la pubblicazione di questo Terzo Volume della “Storia di Campagna”, Tra l’età Moderna e Contemporanea. Campagna nell’Ottocento, a cura di Vito D’Agostino, Rubino Luongo e Adriana Maggio, siamo ad un passaggio determinante verso la realizzazione dell’obiettivo che ci eravamo proposti circa tre anni fa. Senza nasconderci dietro retoriche e ipocrite frasi di circostanza, devo affermare che siamo orgogliosi e soddisfatti. Il lavoro prodotto dai componenti la redazione e degli apporti di personalità esterne, tutte guidate dalla sapiente e puntuale azione del direttore scientifico, professore Guido D’Agostino, è di alta qualità e i tre volumi danno uno spaccato veritiero e scientificamente corretto di cosa è stato questo agglomerato umano nel corso del millennio preso in considerazione. Sono convinto che entro la seconda metà del 2016 la sfida intrapresa sarà conclusa, conoscendo il lavoro che stanno preparando i responsabili dei volumi che devono essere ancora pubblicati. Le ragioni e le valutazioni su questo volume sono state fatte da Guido e a me non spetta il compito di entrarci dentro e posso solo dire che sono completamente d’accordo. Quello che comunque mi preme sottolineare è che, di fronte a uno sforzo così immane e oggettivamente complesso e faticoso, le autorità, Sindaco, Giunta, Consiglio Comunale, Dirigenti delle scuole con il corpo insegnante non hanno veramente preso piena coscienza di ciò che si sta realizzando; sarebbe opportuno che tutti contribuissero in modo più produttivo e fattivo alla riuscita di questa impresa. Nella premessa al volume due, avevo già sollecitato le autorità a prendere parte al progetto e a sostenerlo e qui rinnovo la richiesta. Ma quale cittadina italiana con le dimensione di Campagna può vantare una storia di cinque volumi? Si tratta di un’operazione più unica che rara. E la storia della nostra piccola cittadina, con le sue peculiarità rispecchia tutta la storia, italiana e europea che si è svolta dal basso Medioevo ai giorni nostri. Il 2018 è prossimo, il quinto centenario della nascita è alle porte, bene farebbero tutte le autorità che ho citato a prepararsi e riunire le forze più disponibili del territorio per ricordare tale evento: non serve limitarsi a manifestazioni superficiali, quelle di un giorno, giusto per dire che qualcosa è stato fatto. Per fare un lavoro del genere ci vogliono anni, tanto rigore e serietà”.

   Questo volume indica, secondo Guido D’Agostino, sin dal titolo, una opzione di metodo e storiografico, riferendosi al XIX  secolo come al “ lungo Ottocento”, in pratica il più che abbondante centennio racchiuso tra l’arrivo  tra noi  del vento rivoluzionario esploso sin dall’Ottantanove in Francia, e la Grande Guerra, o meglio quel dopoguerra che sarebbe risultato come l’incubatore del fascismo. Non solo, evidentemente, un Ottocento lungo, contrapposto, magari, al successivo “secolo breve” novecentesco, ma un’epoca che include su scala europea fenomeni e processi quali il dispiegarsi del giacobinismo, lo sbocco della rvoluzione borghese nella folgorante avventura napoleonica, quindi la Restaurazione come tentativo di ritorno all’ordine di tempi che invero difficilmente sarebbero potuti tornare. E ancora, l’affermazione del liberalismo -anticamera della democrazia- , il consolidamento del sentimento nazionale e del principio di nazionalità; i sussulti di ‘moti’ ed esperienze rivoluzionarie che scandiscono gli anni Venti, Trenta e Quaranta, fino al fatidico 1848; il compimento, per Italia e Germania, del cammino verso l’Unità  nazionale; nascita e sviluppo del socialismo, con la strutturazione  anche politica del movimento operaio; lo spartiacque, nella complessa dialettica tra le classi emergenti e quelle declinanti, rappresentato dalla Comune di Parigi e dai suoi esiti. Infine, diversi decenni di “pax europea”, con il primato di capitalismo e industria, ma anche di rilevante egemonia culturale ed artistica (la “belle èpoque”), mentre si profila l’emergere della potenza americana; il dilagare del colonialismo e dell’imperialismo fino al ‘suicidio’ d’Europa alla catastrofe primigenia del primo conflitto mondiale (quando amare la propria patria aveva preso a significare odiare quella altri), da cui sarebbero scaturite le dittature, italiana e tedesca, che avrebbero precipitato il mondo nel secondo ravvicinato bagno di sangue. Questa, per capi i più sommari, la dimensione storica continentale, o soprattutto dell’Europa occidentale, se non dell’Occidente per antonomasia. Riletto nella chiave, già più prossima, nazionale, quindi italiana, ci si ritrova a misurarsi con le repubbliche di stampo francese; con il profilarsi, nell’età della Restaurazione, di un’assai articolata differenziazione, economico-sociale e politico-istituzionale tra le varie parti del Paese, pure all’interno del permanere del carattere rurale preminente nella stragrande maggioranza di esso. Tra le ricadute  importanti di un quadro del genere, la stessa “questione meridionale”  e la problematica fisionomia del rapporto, sempre difficile, peraltro, tra ceti borghesi e classi popolari. Proseguendo, l’assetto della Penisola dopo il Congresso di Vienna, del 1815; il conflitto tra cultura reazionaria e cultura liberale; moti e prospettive di mutamento socio-politico nel 1821, e dieci anni più tardi ancora, con l’affacciarsi sulla scena di protagonisti di diversa estrazione e  animati da ideali e finalità grandemente differenziati: Mazzini, Gioberti, Ferrari e Cattaneo per  cit arne solo alcuni. Preparata dall’”anno dei miracoli” e dalla contagiosa stagione della “primavera dei popoli”, il 1848 e la rivoluzione in Italia, la tensione verso assetti regolati da apposite ‘costituzioni’, con il corredo delle contro-spinte e quindi delle guerre che saranno e si diranno guerre d’indipendenza nazionale. Appena il caso di ricordare il compimento del processo di unificazione nazionale, il protagonismo di Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele di Savoia; con esso, a seguire, ed anzi a conseguire, l’avvio dello Stato unitario, del suo difficile governo, e della ancora più problematica ‘unione’ degli  Italiani. L’egemonia iniziale della Destra storica, l’avvicendamento al potere – nel 1876 -  della Sinistra, i difficili rapporti Stato-Chiesa, la terza guerra di indipendenza, la   declinazione su scala italiana di socialismo e operaismo. In successione: il decennio depretisiano, il trasformismo, la svolta protezionistica; l’età crispina, il primo ministero Giolitti, il ritorno e la caduta di Crispi; l’inquietante crisi di fine secolo e il tentativo di colpo di Stato. Al giro di boa con l’ingresso nel Novecento la sequenza della ‘svolta’ giolittiana, lo slancio economico-industriale; il sistema- Giolitti e il rinnovato miraggio della sponda africana, lo strutturarsi di forze e organizzazioni politiche e partitiche, sia nel campo socialista, sia in quello cattolico. Ma anche l’Italia si avviterà su se stessa, risucchiata nell’inferno della lunga guerra e più tardi conoscerà il crollo dello Stato liberale, e la conseguente ventennale dittatura. E il Mezzogiorno, le nostre regioni meridionali in tutto questo? Come hanno risposto, o reagito agli appuntamenti, ai temi e ai momenti di sfida della cosiddetta grande storia? Siamo convinti, con parte tutt’altro che poco consistente della storiografia nazionale, e non solo, che prima come Regno di Napoli, o delle Due Sicilie, c’eravamo e ci siamo stati, in tutti gli snodi cruciali che abbiamo, di volata, ricordati; naturalmente, ed è il punto più delicato del discorso, con tutta intera la peculiarietà e la specificità dell’essere Sud, dell’avere una propria storia pregressa , la sua visione del presente e del futuro caratteristica di una realtà positivamente sui generis nel panorama nazionale ed europeo. Ciò, naturalmente, non esclude, né lo potrebbe, il peso di vincoli esterni, di limiti interni e propri, di errori e ritorni indietro che pure sicuramente possono esserci stati. Mantengo, peraltro, la convinzione di un avvio positivo del Regno borbonico (Carlo, dal 1734), ma anche quella delle gravissime responsabiltà negative della monarchia intervenute di fronte alla Repubblica del 1799 ed ai suoi promotori e protagonisti. Così come ritengo periodo di salutare modernizzazione il cosiddetto “Decennio francese” con i sovrani napoleonidi; ed un passo falso all’indietro la restaurazione borbonica, non a caso contrastata con coraggio e ostinata volontà rivoluzionaria lungo i tre-quattro decenni successivi, onorando la marcia che in tutta Europa, e nel resto d’Italia, si compiva lungo i sentieri del costituzionalismo, anche se con risultati alterni, ma che alla fine non ci hanno posti ai margini o fuori del contesto generale e più ampio. La stessa Unità nazionale, ad avviso di chi scrive senza alcuna realistica alternativa, è stata qui da noi vissuta male, e con strascichi più che gravi e dolorosi. Non ha però molto senso incolparne il Nord-Italia, o segnatemente il Piemonte sabaudo, più di quel che non convenga fare nei confronti dei noi stessi di allora, o per essere più precisi, dei ceti dirigenti locali del secondo Ottocento, che hanno scelto il compromesso con i poteri forti centro-settentrionali, pur di mantenere le proprie posizioni di privilegio e di comando, sia sociale, economico, sia politico, con le conseguenze che sono state icasticamente riassunte nel percorso che ha condotto l’Italia meridionale, agricola e contadina, dall’arretratezza storica al sottosviluppo capitalistico. Scegliendo di subire persino la trasformazione in borghesia rimanendo impregnata dell’antica mentalità feudale, chiusa anche quando entrata nel mondo delle professioni, e comunque mantenutasi, subalterna nei confronti della grande e media proprietà terriera, di riti e miti del latifondo. Continuo a credere che le analisi più convincenti al riguardo siano quelle di uomini, intellettuali e studiosi che rispondono ai nomi di Antonio Gramsci, Guido Dorso, Manlio Rossi Doria e di altri dello stesso calibro. Naturalmente, il discorso tocca anche la borghesia intellettuale e umanistica meridionale di oggi, se ancora, e ormai a distanza di tanti decenni, ancora annaspa, ed ha difficoltà a spezzare i circoli viziosi, antichi e moderni, fino agli attuali, che impediscono la rinascita e la rimessa in pari di un terzo abbondante di questo Paese. 336 pagine in tutto, un Volume tosto insomma presentato Domenica 15 Febbraio, alle Ore 18 nella Sala Conferenze “Gelsomino D’Ambrosio” del Comune di Campagna, con il Contributo della BCC di Aquara e della Farmacia Pessolano, dell’Associazione “Giordano Bruno”, dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, del Comune di Campagna e della Pro Loco. Hanno portato i Saluti il Sindaco Roberto Monaco, il Presidente della Pro Loco Adelfio Pierro e Luigi Scorziello Presidente BCC di Aquara. Gli Interventi sono stati di Corrado Lembo, Procuratore della Repubblica di Salerno, e di Liberato Luongo, Preside. Le conclusioni le ha fatte il Prof. Guido D’Agostino, dell’Università Federico II di Napoli, mentre i Lavori li ha moderati Adriana Maggio, Presidente dell’Associazione “Giordano Bruno”. Nell’ambito della Manifestazione sono stati esposti alcuni strumenti realizzati dal Liutaio Vito D’Ambrosio, mentre sono stati proposti alcuni Brani Musicali dal trio Giuseppe Grimaldi, Contrabbasso, Siro Scena, Pianoforte, e Santa Fezza, Voce.

Mario Onesti (“IL Saggio”- Libri, Poesia, Arte – 118/229 – Aprile 2015 – Pagg. 18-19)  

Prof. Guido D’Agostino

Vito Maggio


Venerdì 1° Maggio 2015 – Festa dei LAVORATORI

Autore: MARIO ONESTI | Scritto in: Argomenti vari, Internet, Primo piano, Società Giovedì Apr 30,2015

Festa del lavoro

La Festa del lavoro o Festa dei lavoratori viene celebrata il 1º maggio di ogni anno in molti Paesi del mondo per ricordare l’impegno del movimento sindacale e i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale.

Origini internazionali

La festa ricorda le battaglie operaie, in particolare quelle volte alla conquista di un diritto ben preciso: l’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore (in Italia con il r.d.l. n. 692/1923). Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867[1] nell’Illinois (USA). La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa.

La sua origine risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knights of Labor, un’associazione fondata nel 1869. Due anni dopo, nel 1884, in un’analoga manifestazione i Knights of Labor approvarono una risoluzione affinché l’evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialisti ed anarchici – suggerirono come data della festività il primo maggio.

Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago (USA) e conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell’ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nell’Haymarket square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò nuovamente sui manifestanti provocando numerose vittime, anche tra i suoi.

L’11 novembre del 1887 a Chicago (USA), quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici furono impiccati per aver organizzato il 1º maggio dell’anno precedente lo sciopero e una manifestazione per le otto ore di lavoro.

Il 20 agosto fu emessa la sentenza del tribunale: August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte; Oscar W. Neebe a reclusione per 15 anni. Otto uomini condannati per essere anarchici, e sette di loro condannati a morte. Le ultime parole pronunciate furono: Spies: “Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!” Fischer: “Hoch die Anarchie! (Viva l’anarchia!)” Engel: “Urrà per l’anarchia!” Parsons, la cui agonia fu terribile, riuscì appena a parlare, perché il boia strinse immediatamente il laccio e fece cadere la trappola. Le sue ultime parole furono queste: “Lasciate che si senta la voce del popolo!

L’allora presidente Grover Cleveland ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto costituire un’opportunità per commemorare questi episodi. Successivamente, temendo che la commemorazione potesse risultare troppo a favore del nascente socialismo, stornò l’oggetto della festività sull’antica organizzazione dei Cavalieri del lavoro. Pochi giorni dopo il sacrificio dei Martiri di Chicago, i lavoratori di Chicago tennero un’imponente manifestazione di lutto, a prova che le idee socialiste non erano affatto morte.

Appena si diffuse la notizia dell’assassinio degli esponenti anarchici di Chicago, nel 1888, il popolo livornese si rivoltò prima contro le navi statunitensi ancorate nel porto, e poi contro la Questura, dove si diceva che si fosse rifugiato il console USA.

La data del primo maggio fu adottata in Canada nel 1894 sebbene il concetto di festa del lavoro sia in questo caso riferito a precedenti marce di lavoratori tenute a Toronto e Ottawa nel 1872 e più tardi in quasi tutti i paesi del mondo.

Festa del lavoro nel mondo

La festa del lavoro è festa ufficiale nazionale. In alcuni paesi, come nei Paesi Bassi e Danimarca, non è festa ufficiale nonostante esistano alcune celebrazioni in occasione del Primo maggio.

La Festa dei lavoratori in Italia

In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. La rivista La Rivendicazione, pubblicata a Forlì, cominciava così l’articolo Pel primo Maggio, uscito il 26 aprile 1890: “Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”[2].

Il 1º maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici.

Concerto del Primo Maggio a Roma nel 2007. I presenti erano circa 700.000[4]

Tra le prime documentazioni filmate della festa in Italia, il produttore cinematografico Cataldo Balducci presenta il documentario Grandiosa manifestazione per il primo maggio 1913 ad Andria (indetta dalle classi operaie) che riprende la festa in sette quadri, e si può – così – vedere il corteo che percorre le strade affollate della Città: gli uomini, tutti con il cappello, seguono la banda che suona, con alcune bandiere.

Durante il ventennio fascista, a partire dal 1924, la festività fu anticipata al 21 aprile, in coincidenza con il Natale di Roma, per poi essere riportata al primo maggio dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945.

Nel 1947 la ricorrenza venne funestata a Portella della Ginestra (PA), quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.

Dal 1990 i sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, in collaborazione con il comune di Roma, organizzano un grande concerto per celebrare il primo maggio, rivolto soprattutto ai giovani: si tiene in piazza San Giovanni, dal pomeriggio a notte, con la partecipazione di molti gruppi musicali e cantanti, ed è seguito da centinaia di migliaia di persone, oltre a essere trasmesso in diretta televisiva dalla Rai.


Dal 1° Maggio al via l’EXPO 2015

Autore: MARIO ONESTI | Scritto in: Argomenti vari, Internet, Primo piano, Società Giovedì Apr 30,2015

 

Ecco a che cosa serve Expo 2015

A poche ore dall’inizio dell’esposizione universale, facciamo il punto su quello che l’Italia si aspetta di portare a casa da questo investimento

Padiglione Zero

Progettato da Michele De Lucchi, il Padiglione Zero sarà la porta di ingresso al sito di Expo e avrà il difficile compito di raccontare la storia dell’umanità, dalle origini a oggi, attraverso il cibo

Angola

I due temi principali del padiglione saranno educazione e innovazione, per unire insieme tradizioni culinarie e nuove tecnologie

Argentina

Lo slogan di questo padiglione è “L’Argentina ti nutre”, e offrirà ai visitatori la possibilità di conoscere non solo le sfide produttive di questo Paese ma anche quelle tecnologiche

Austria

Arioso e ricco di verde, il padiglione austriaco mette l’accento sugli standard qualitativi e ambientali del cibo, con un occhio di riguardo verso i prodotti biologici

Azerbaigian

Uno dei padiglioni più spettacolari, dedicato alla protezione de territorio e delle produzioni locali, dall’agricoltura alla cucina, dalle erbe ai pesci del Mar Caspio

Bahrain

Già dall’antichità, il Bahrain ha vantato una storia agraria ricca e unica. Il cuore del padiglione è costituito da dieci frutteti distinti, ognuno dei quali porterà i suoi frutt durante i sei mesi di Expo

Belgio

Equilibrio tra uomo e natura: il Belgio vuole mostrare le innovazioni tecnologiche che permettono di produrre cibo in maniera responsabile, educando le persone a un consumo intelligente

Bielorussia

No, non è il mulino bianco ma il padiglione bielorusso, che oltre all’area espositiva e di assaggio avrà anche uno spazio per performance artistiche

Brasile

Tra tra i più grandi produttori agricoli del mondo, per il suo padiglione il Brasile ha scelto di affrontare anche il lato sociale del cibo, per garantire a tutti un’alimentazione sana e accessibile

Cile

Dal deserto dell’Atacama alla Patagonia, dalle valli alle isole, l’estrema varietà geografica del Cile è il punto centrale del padiglione per Expo 2015

Cina

È la prima volta che la Cina partecipa a un’Expo con un proprio padiglione, impegnandosi a mostrare e spiegare nei dettagli la sua politica agricola, dalla storia passata alle innovazioni del futuro

Colombia

Con la sua vicinanza all’equatore, la Colombia non è soggetta al mutare delle stagioni: il padiglione racconterà come è possibile mantenere l’equilibrio tra natura e intervento umano

Emirati Arabi Uniti

La sfida degli Emirati Arabi Uniti riguarda la sostenibilità, con particolare interesse verso energie rinnovabili e riduzione delle emissioni di CO2

Estonia

Vista la posizione d’avanguardia in campo tecnologico (Skype, ad esempio, è nato qui), il padiglione estone sarà ricco di elementi di design, applicazioni multi-touch innovative e soluzioni tecnologiche di ogni tipo

Francia

Unendo legno, vegetazione e materiali tecnologici, il padiglione francese proporrà ai visitatori un’esperienza multimediale a 360 gradi

Germania

Aperto e luminoso, il tema del padiglione tedesco sarà “Fields of ideas”, un campo di idee per migliorare il rapporto uomo-natura, che durante Expo germoglieranno come piante

Giappone

Con un design davvero particolare, il padiglione nipponico si concentrerà sui due temi di salute ed edutainment, ovvero l’educazione a uno stile di vita sano attraverso il divertimento

Iran

Con la forma di una gigantesca “balena”, il padiglione iraniano presenterà ai visitatori l’attitudine verso il cibo ispirata a quattro valori: equità, carità, appagamento e gratitudine

Israele

Ricoperto da un grande muro d’erba, il padiglione Israele mostrerà le ultime novità in campo tecnologico-alimentare

Italia

Nel nostro padiglione, una foresta metallica che simboleggia la vita e la natura, troveranno spazio il cibo ma anche l’arte e la creatività tipiche dell’Italia

Kazakistan

“Un Paese così grande, di cui sappiamo così poco”. E’ questo lo slogan del padiglione kazako, che punta a far conoscere ai visitatori di tutto il mondo le radici del paese nella tradizionale cultura nomadica, caratterizzata da una forte comprensione dell’ambiente, da un uso razionale del suolo e delle risorse naturali, e dalla visione del cibo come dono da offrire e condividere con gli altri

Kuwait

La sfida del Kuwait riguarda l’acqua potabile: nel 1953 ha costruito il primo impianto al mondo di desalinizzazione a tecnologia Msf (multi-stage flash) e oggi ha sette impianti che producono 1,85 miliardi di litri d’acqua al giorno

lituania

Forte di una ricca tradizione in campo agricolo, quest’anno la Lituania festeggia i 25 anni di indipendenza e gli 11 trascorsi dall’ingresso nell’Unione Europea

Malesia

L’obiettivo di questo padiglione è invitare i visitatori a ripensare l’approccio al cibo in maniera più salutare e sostenibile, dimostrando come un’agricoltura di maggiore qualità possa sconfiggere la povertà alimentare

Marocco

Ispirato alle architetture nordafricane, il padiglione marocchino vuole rappresentare tutte le diversità, culturali e gastronomiche, esistenti all’interno del Paese, mostrando la ricchezza dei suoi alimenti e dei suoi sapori

Messico

Nel 2010 la cucina messicana è stata dichiarata Patrimonio Culturale dell’Umanità dall’Unesco. A Expo 2015 il Messico vuole mostrare ai visitatori la sua ricchezza in termini di risorse naturali e il suo impegno a trovare soluzioni per un mondo libero dalla fame

Moldova

Il tema scelto dalla Moldova si concentra sul sole, la fonte primaria e fondamentale di luce ed energia: l’idea è che l’energia di cui abbiamo bisogno è ovunque, dobbiamo solo utilizzarla in modo consapevole

Monaco

Realizzato mescolando elementi naturali e industriali, come i container, il padiglione del Principato di Monaco si struttura intorno ai temi della solidarietà e della condivisione, per mostrare come la prosperità guadagnata nei secoli possa essere d’aiuto per tutti

Nepal

Un vero tempio nel sito di Expo, il padiglione nepalese racconta l’alto tasso di biodiversità, garantito anche dalle condizioni climatiche e dalla grande quantità di acqua proveniente dai ghiacciai dell’Himalaya

Oman

Situato in una delle zone più aride del pianeta, l’Oman ha dovuto affrontare enormi difficoltà per poter garantire una produzione di cibo che fosse sostenibile e sicura. A Expo racconterà come la gestione delle risorse idriche sia fondamentale per il futuro dell’agricoltura mondiale

Polonia

Il design di questo padiglione ruota attorno alla mela, uno dei prodotti polacchi più esportati: il legno esterno ricorda le cassette della frutta, mentre all’interno si sviluppa un labirintico frutteto

Regno Unito

Questa gigantesca sfera di luce rappresenta le innovazioni raggiunte dalla Gran Bretagna in ogni anello della catena alimentare, dal seme al piatto, dal campo alla tavola

Repubblica Ceca

A Expo Milano 2015 la Repubblica Ceca vuole presentare l’esperienza e innovazione nella gestione delle risorse idriche e del loro uso, rappresentata dallo specchio d’acqua che sta al centro del padiglione

Romania

L’obiettivo di questo padiglione è condividere l’essenza dello spirito rumeno, la coesistenza di biodiversità, agricoltura, pratiche tradizionali, folklore, ospitalità, rappresentando un paese che vive in armonia con la natura

Slovacchia

La sua posizione strategica al centro dell’Europa e la presenza di così tante regioni biogeografiche fanno della Slovacchia uno scrigno di varietà, tutte rappresentate all’interno del suo padiglione

Slovenia

Nonostante un’estensione geografica relativamente piccola, in Slovenia si trovano ben ventiquattro regioni gastronomiche. Il padiglione, dal design spettacolare e lussureggiante, racchiude dentro di sé tutta la varietà alimentare di questo paese

Spagna

Lo slogan spagnolo per Expo 2015 è “Coltivando il futuro”, e spinge sulle nuove tecnologie come strumento di crescita e ricchezza per il pianeta intero

Stati Uniti

Dimostrare che il cibo americano è qualcosa di più del fast food al quale tutti siamo abituati. Un obiettivo arduo quello del padiglione Stati Uniti, forse il più spettacolare di tutti

Svizzera

Uno dei padiglioni più curiosi: ogni torre è piena di alimenti che i visitatori possono assaggiare liberamente. Ma più si svuotano, più le torri scenderanno di livello, spingendo a riflettere sulla scarsità alimentare

Thailandia

Come in un grande cinema circolare, al centro di questo padiglione ci sono vi sono mappe e proiezioni video interattive a 360 gradi

Ungheria

Per questo paese la parola d’ordine è purezza, non solo in termini di qualità dell’acqua ma anche dei cibi, visto che l’Ungheria è totalmente “OGM free”

Uruguay

Il padiglione dell’Uruguay presenterà le caratteristiche e le qualità che garantiscono la qualità della vita dei suoi cittadini, la valorizzazione delle risorse e dell’energia, e la qualità dei cibi coltivati

Vaticano

Anche la Santa Sede avrà il suo padiglione, concentrando l’attenzione dei visitatori sulla rilevanza simbolica del nutrire, un gesto che diventa momento d’incontro e convivialità

Vietnam

Gli elementi principali sono l’acqua e il fiore di loto, simbolo del Vietnam utilizzato anche in molti piatti tipici

Cluster Cereali e Tuberi

Radici e tuberi sono la seconda fonte di carboidrati dopo i cereali. In questo cluster trovano spazio Bolivia, Congo, Haiti, Mozambico, Togo e Zimbabwe

Cluster Zone Aride

Questo padiglione, ispirato all’immagine della tempesta di sabbia, raccoglie i Paesi che hanno imparato a sopravvivere nelle zone più difficili del Pianeta come Eritrea, Gibuti, Mali, Mauritania, Palestina, Senegal, Somalia e Giordania

Cluster Mediterraneo

Il centro di questo padiglione è ovviamente la cucina mediterranea. Ne fanno parte Albania, Algeria, Egitto, Grecia, Libano, Malta, Montenegro, San Marino, Serbia e Tunisia

Cluster Isole

Qui i visitatori troveranno gli spazi di Barbados, Belize, Capo Verde, Comore, Comunità caraibica, Dominica, Grenada, Guinea Bissau, Guyana, Madagascar, Maldive, Saint Lucia, Saint Vincent e Suriname

Cluster Caffé

Questo cluster racchiude Paesi produttori della bevanda energetica per eccellenza come Burundi, El Salvador, Kenya, Ruanda, Uganda, Yemen, Etiopia, Guatemala e Repubblica Dominicana

Cluster Cacao e Cioccolato

Dietro al cioccolato che mangiamo si nasconde il piccolo frutto del cacao, una risorsa fondamentale per l’economia di Camerun, Costa D’Avorio, Cuba, Gabon, Ghana e Sao Tomé Principe

Cluster Spezie

Seguendo le rotte delle spezie si può fare un giro attorno al mondo. Qui ci sono Afghanistan, Brunei, Tanzania e Vanuatu

Cluster Riso

Il riso è l’alimento base per quasi la metà della popolazione mondiale, proveniente da paesi come Bangladesh, Cambogia, Sierra Leone, Myanmar e Laos

Cluster Frutta e Legumi

Profumi, colori e sapori di frutti provenienti da Benin, Gambia, Guinea, Kyrgyzstan, Congo, Uzbekistan e Zambia

Padiglione Zero

Progettato da Michele De Lucchi, il Padiglione Zero sarà la porta di ingresso al sito di Expo e avrà il difficile compito di raccontare la storia dell’umanità, dalle origini a oggi, attraverso il cibo

Di fronte a un idraulico che dopo aver riparato il lavandino non emette fattura, ce la si prende con l’idraulico o al massimo col sistema. Difficile che si contesti il lavandino. Con Expo Milano 2015 non sempre funziona così. A finire sotto accusa nel caso di arresti, ritardi o semplici gaffe (ci sono stati tutti e tre) è spesso il grande evento in quanto tale. Azzardiamo una spiegazione: succede perché Expo 2015 – che di per sé non è paragonabile a nessun altro evento, nemmeno alle esposizioni precedenti – è stata più promossa che spiegata.

In particolare, poco si è detto su quali sono i suoi obiettivi e su come si pensa di raggiungerli attraverso un grande evento organizzato in questo modo. A poche ore dall’apertura dei cancelli, il primo maggio, vale la pena di provare a riassumere che cosa l’Italia proverà a portare a casa da questo investimento, riflettendo sui pro e i contro che un’esposizione universale pensata in questo modo comporta.

1. Turismo
I flussi turistici mondiali sono in crescita, ma i volumi che il settore raccoglie in Italia – stando ai report annuali diffusi dall’Assirm – sono gli stessi da anni. Se ne deduce che non siamo stati in grado di intercettare i nuovi turisti, quelli provenienti dai paesi dove si è appena sviluppata una classe media che viaggia per piacere. Posto che un problema di offerta non dovremmo averlo, visto il nostro patrimonio storico, artistico, culturale e paesaggistico, c’è da riflettere sulla nostra capacità di comunicare.

Expo 2015 dovrebbe servire ad attrarre questi visitatori e a metterli nelle condizioni di associare l’Italia alla cultura del buon cibo: un campo nel quale siamo ragionevole mente sicuri di poter dare il meglio. In quest’ottica, si è lavorato soprattutto sulla Cina (il mercato più ghiotto per il comparto), con un’intensa opera di promozione e facilitando l’ottenimento dei visti turistici a partire proprio dall’esposizione.

Vantaggi
Paradossalmente, uno dei problemi italiani è che abbiamo un’infinità di territori che vale la pena visitare: il rischio, quando si fa promozione, è quello di disperdere le risorse. Expo offre la possibilità di concentrare le energie focalizzandole su un solo obiettivo che porta con sé un messaggio chiaro: quello che lega l’Italia alla cultura alimentare, appunto.

A collegare l’esposizione coi territori ci dovrebbero pensare i pacchetti preparati dai tour operator, che inseriscono la visita al sito espositivo in un programma di viaggio più ampio. Un meccanismo ragionevole, dal momento che chi arriva da paesi lontani si fermerà per più giorni e che Expo si vede in otto ore.

Svantaggi
Il rischio più concreto è quello di cedere alla tentazione del ragionamento di breve periodo. Detto in parole povere: proviamo a fare tutti i soldi possibili in questi sei mesi, risparmiando sulla qualità e giocando al rialzo sui prezzi. Una pessima tattica, considerato che il vero ritorno dovrebbe arrivare grazie al passaparola.

I cinesi in arrivo saranno nella migliore delle ipotesi un milione. Secondo le stime dell’aassessore al Turismo milanese Franco D’Alfonso, un viaggiatore soddisfatto può attirarne altri tre, mentre uno deluso ne può bloccare anche nove. Numeri che suonano come un monito.

2. Commercio
Il commissario per Expo Giuseppe Sala ripete spesso che il 50% dei ristoranti che aprono ogni anno nel mondo sono italiani o propongono menù italiani. Segno di quanto la nostra cucina sia richiesta. Il problema è che, nella maggior parte dei paesi dove questi ristoranti aprono, non esiste una rete di distribuzione dei nostri prodotti. Noi ci mettiamo ricette e immagine, altri vendono gli ingredienti. E fanno soldi. Expo, nelle intenzioni dei governi che lo hanno appoggiato, dovrebbe creare le condizioni per una crescita dell’export alimentare, dagli attuali 34 ai 50 miliardi di euro l’anno previsti per il 2020.

Il meccanismo da tenere d’occhio è quello che regola il padiglione Cibus è Italia, promosso da Federalimentare. Lì ci saranno 500 aziende in rappresentanza di 13 filiere. Esporranno i loro prodotti, ma avranno anche spazi a disposizione per gli incontri di business. A portare gli ospiti ci penserà l’Istituto del commercio estero (Ice), che ha organizzato gli arrivi di delegazioni commerciali provenienti da 30 mercati strategici. I potenziali partner arriveranno, visiteranno l’Expo e i territori dove gli alimenti sono prodotti. La speranza è che usino anche le sale riunioni per stringere accordi.

Vantaggi
Anche qui, l’idea è che un grande evento permetta di fare rete, unire le forze e concentrare gli sforzi. L’importanza delle fiere a livello commerciale è sempre più grande: Expo Milano 2015 non è una fiera, ma si è creato al suo interno uno spazio dedicato all’Italia che funzionerà più o meno in quel modo. E lo si è creato in modo da valorizzare l’unicità dei nostri prodotti, quello che ci serve per confrontarci con la concorrenza internazionale. Altro punto da non trascurare: il lavoro fatto per raccontare il nostro cibo in un modo nuovo e più orientato all’internazionalizzazione resterà come format da utilizzare all’interno delle fiere vere e proprie.

Svantaggi
Come si è detto, Expo può creare occasioni e produrre format da replicare. Ma poi la palla torna tra i piedi dei produttori, che dovranno adottare la nuova mentalità che a Expo verrà presentata. Sui mercati esteri, non possiamo permetterci di presentarci divisi. Banalmente, le dimensioni delle nostre imprese non lo consentono.

Questo, per fare un esempio, significa che – a differenza di come si è sempre fatto – dobbiamo partire dal concetto di vino italiano e solo dopo presentare l’enorme varietà di vitigni di cui disponiamo. La debolezza dell’Expo sta nel fatto che introduce questo cambio di paradigma in un contesto artificiale e circoscritto. Senza garanzie sulla nostra capacità di applicare il modello anche nel mondo reale.

3. Politica
Il vice ministro per le Politiche agricole Andrea Olivero l’ha spiegato in conferenza stampa: le decisioni si prendono nei vertici internazionali con maggioranze qualificate, l’opportunità che offre Expo è quella di un semestre utile a costruire quelle maggioranze intorno alle richieste italiane. Il nostro agroalimentare ha bisogno di leggi che lo difendano dalla contraffazione e che lo mettano in condizione di giocarsela alla pari con i concorrenti nei vari mercati. Expo 2015 dovrebbe essere l’occasione per condividere dossier e spiegare le nostre ragioni a decisori pubblici provenienti da tutto il mondo.

Vantaggi
Saremo i padroni di casa del salotto dal quale passeranno delegazioni diplomatiche provenienti da quasi tutti i paesi coi quali poi ci confronteremo sui tavoli che contano a livello decisionale. Delegazioni che, tra l’altro, saranno formate da decisori che operano nell’ambito dell’alimentare, quello che ci sta più a cuore. Lo stesso Olivero ha spiegato che i dossier sono pronti e che il calendario degli incontri bilaterali sarà fitto.

Svantaggi
Non essendo una piattaforma politica né un vertice ufficiale, l’Expo non garantisce alcun risultato da questo punto di vista. Non lo fa un semestre europeo di presidenza, figurarsi un’esposizione universale.

4. Etica
A prescindere dalla grandissima enfasi posta sul concetto di sostenibilità, che in Expo accompagna il tema alimentare, è evidente che il primo obiettivo dell’esposizione universale non sia di tipo etico: nessun paese farebbe un investimento simile solo per firmare una carta d’intenti. Nel pacchetto di Expo 2015 si è comunque deciso di inserire anche questo aspetto. Il che ha favorito la presenza di aziende che vogliono associare la propria immagine al concetto di sostenibilità (e che hanno i fondi necessari a farlo).

D’altra parte, si è anche concesso spazio ad associazioni e organizzazioni del terzo settore, istituendo per la prima volta il Padiglione della Società civile. Per finire, si è scelto di usare Expo per promuovere la Carta di Milano, il documento con le proposte italiane da consegnare all’Onu nei mesi in cui i paesi membri definiranno i nuovi obiettivi obiettivi comuni di sviluppo: i successori dei Millennium Goals, fissati nel 2000 e in scadenza proprio nel 2015.

Vantaggi
Alle aziende private che vogliono promuovere e far conoscere il proprio impegno nel campo della sostenibilità, un grande evento come questo offre un’ottima opportunità di marketing: sarà visibilissimo, connesso e mediaticamente molto presente. Le associazioni, invece, hanno dichiarato che per loro Expo è l’occasione di dialogare con i decisori pubblici, ai quali proporranno un nuovo modello di società che dia più peso alle proposte e alle richieste dei cittadini.

Un obiettivo di tipo politico, se vogliamo, e che infatti dovrebbe a sua volta essere raggiunto attraverso gli incontri con le delegazioni internazionali. Un po’ come succederà per la Carta di Milano, che dovrebbe venir firmata da ogni visitatore (dal turista al capo di Stato) che entrerà all’Expo. Per l’Italia si tratta anche di una questione di prestigio, oltre che di buona volontà applicata a questioni importanti come la lotta alla fame e alla povertà.

Svantaggi
Per quanto riguarda la Carta di Milano, non ci sono svantaggi particolari. Comunque vada, avrà avuto una visibilità particolare; poi si può solo sperare che abbia un impatto reale e non restino solo parole su un foglio. Stesso discorso per la società civile: le associazioni non hanno alcuna certezza di raggiungere davvero i propri scopi.

La questione della presenza di aziende, invece, vale la pena considerarla dal punto di vista del cittadino. Expo sarà anche un grande evento promozionale, ogni visitatore sarà sottoposto a tantissima comunicazione, da parte dei privati ma anche dei paesi partecipanti: non è detto che il messaggio presentato meglio sia di per sé indiscutibile. Come sempre sarà utile dotarsi di spirito critico e buonsenso.

 



25 Aprile 2015 – 70° della RESISTENZA

Autore: MARIO ONESTI | Scritto in: Argomenti vari, Internet, Primo piano, Società Giovedì Apr 23,2015

Festa della LIBERAZIONE

Resistenza e Partigiani

Non c’è una data che stabilisca quando la resistenza iniziò. Come scrisse Piero Calamandrei, semplicemente, «Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini». La lotta partigiana in Italia fu caratterizzata dall’impegno unitario di tutto il fronte delle opposizioni che il fascismo con la violenza e la persecuzione aveva tentato di stroncare con ogni mezzo. Cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici, trovarono intesa ideale e organizzativa sotto il comune obiettivo della democrazia e della libertà. È in quella scelta che si trovano le radici dell’Italia repubblicana. È grazie a quella scelta, infatti, che venne a costituirsi il Comitato di Liberazione nazionale che dopo la cacciata dei nazisti e del fascisti fu la culla per il primo parlamento democratico e la fucina feconda della nostra Costituzione.

Donne nella Resistenza

11 gennaio 201 – Il contributo femminile alla Lotta di Liberazione è importante non solo numericamente, ma per le conseguenze, culturali e sociali prima e politiche poi, che ebbe.

Le donne irrompono sulla scena e scelgono da che parte stare divenendo soggetti attivi dei cambiamenti storici. Votano per la prima volta alle elezioni politiche del 2 giugno 1946 per eleggere l’Assemblea Costituente e scegliere in referendum se l’Italia deve rimanere una monarchia o divenire una repubblica.

L’esperienza resistenziale sarà dunque determinante per le donne italiane che, dal ’45, promuoveranno instancabilmente il loro coinvolgimento attivo nella vita politica del paese per conquistare diritti legali, economici e politici.

La Resistenza italiana

25 dicembre 2010 – La Resistenza italiana si inquadrò nel più vasto movimento di opposizione al nazifascismo sviluppatosi in tutta Europa, ma ebbe connotazioni particolari.

Nei Paesi sconfitti militarmente e occupati dai nazifascisti (es. Francia, Belgio, Danimarca, Olanda, Norvegia, Grecia, Jugoslavia, Albania) la Resistenza costituì una seconda fase della guerra che li aveva coinvolti.

   L’Italia al contrario, sotto la guida dittatoriale del Fascismo era rimasta sino all’8 settembre 1943 alleata del Reich nazista di Hitler, e come tale aveva partecipato alla guerra di aggressione ed era stata a sua volta potenza occupante.

   Qui la Resistenza sorse quando – caduto il Regime Fascista il 25 luglio 1943 e firmato l’armistizio con gli Alleati, reso pubblico l’8 settembre dello stesso anno – le forze politiche antifasciste, che si erano riorganizzate, chiamarono il popolo a raccolta per cacciare i fascisti e i tedeschi.
Questi ultimi avevano occupato in pochi giorni il Paese, disarmando e catturando in Italia e all’estero deportandoli poi nei lager, 700 mila soldati italiani, lasciati senza ordini e direttive dal Re Vittorio Emanuele III, dal governo diretto dal Maresciallo Badoglio e dallo Stato Maggiore.
Non si trattò, per l’Italia, di continuare una guerra perduta, bensì di cominciarne una nuova, una guerra di Liberazione sia dall’occupante tedesco che dai fascisti repubblichini.

Costituirono il movimento di Resistenza forze eterogenee, diverse tra loro per orientamento politico e impostazione ideologica, ma unite nel comune obiettivo di cacciare il nazifascismo e di conquistare la libertà. Attorno ad esse si riunirono persone diverse per età, censo, sesso, religione, tra le quali erano personalità di spicco dell’antifascismo – che avevano avversato e combattuto il Fascismo durante il ventennio, spesso pagando con galera, esilio, confino. Taluni partecipando alla guerra antifascista in Spagna (1936-1939).

La Resistenza italiana

25 dicembre 2010 – Accanto a loro i militari che durante la guerra avevano conosciuto dal vivo la rovinosa demagogia del Regime, giovani e giovanissimi che rifiutavano l’arruolamento nelle file del nuovo Fascismo repubblicano e che, di fronte alla durezza dell’occupazione tedesca, sceglievano la via dell’opposizione e della lotta. Il movimento fu fortemente unitario, pur mantenendo ogni forza partecipante la propria specificità e la propria visione politica. Talune contrapposizioni iniziali finirono per essere superate e accantonate nel corso della guerra, per dare spazio, sul piano politico e su quello militare, a larghe intese che consentirono di definire i comuni obiettivi e di sviluppare un coordinamento sempre più puntuale, efficace e incisivo. I maggiori partiti antifascisti organizzati – Partito Comunista, Partito Socialista, Democrazia Cristiana, Partito d’Azione, Partito Democratico del lavoro, Partito Liberale – costituirono il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) cui venne attribuita la direzione politica della lotta e nel seno del quale i comitati militari assunsero la responsabilità dell’organizzazione delle forze che andavano raccogliendosi in città e in montagna. Si trattò naturalmente, di uno sviluppo complesso e difficile, sovente frammentario; la spontaneità di molte iniziative, le condizioni di clandestinità e segretezza in cui si doveva operare, le difficoltà di collegamento, l’aleatorietà dei contatti, la scarsità di mezzi, i duri colpi inferti dai nazifascisti, tutto ciò mise a dura prova l’obiettivo delle forze patriottiche. I nazifascisti sin dall’inizio scardinarono centri politici e operativi, catturando e torturando membri e responsabili del movimento, e con estesi rastrellamenti attaccarono in montagna i primi nuclei armati e le prime bande partigiane. Ciò malgrado, il movimento di Resistenza si consolidò e si estese, si radicò gradualmente sul territorio, trovò consenso e sostegno in gran parte della popolazione, resse alla prova dei tanti arresti, delle torture, delle deportazioni nei Lager nazisti, delle fucilazioni, delle rappresaglie sui civili.

   Regione per regione, zona per zona, la presenza delle formazioni partigiane nelle vallate e sulle montagne si fece sempre più massiccia e dalle bande iniziali si passò a ben organizzate brigate (le “Garibaldi”, le “Giustizia e Libertà”, le “Matteotti”, le “Mazzini”, le “Autonome”, etc.) mentre nelle città prendevano vita le SAP (Squadre di Azione Patriottica) e i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), dediti a operazioni di reclutamento di sabotaggio, ad azioni di guerriglia urbana, ad attività propagandistica e di reclutamento, sostenuti da movimenti di grande impegno quali i Gruppi di Difesa della Donna (GDD) e il Fronte della Gioventù (FdG). Già nei primi giorni dell’occupazione tedesca seguita all’8 settembre 1943, data dell’armistizio tra Italia e potenze alleate, si erano verificati scontri: reparti militari avevano reagito al tentativo di disarmo da parte dei tedeschi. Anche se si trattò di azioni sporadiche, di limitata rilevanza e votate all’insuccesso vista la sproporzione di forze e d’armamento (la più significativa tra di esse avvenne a Roma a Porta San Paolo, ove reparti militari italiani e civili antifascisti si unirono per contrastare combattendo le forze tedesche d’occupazione) esse furono significative d’uno stato d’animo e di una volontà che andavano estendendosi tra la popolazione, accentuandosi man mano che l’esercito tedesco, pressato dall’avanzata anglo-americana nel Sud e Centro Italia, andava ripiegando verso Nord. Le Quattro Giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) videro una spontanea rivolta di popolo che con sacrifici ed eroismo ebbe la meglio sulle truppe tedesche e liberò la città prima dell’arrivo delle forze “Alleate”. Ma fu in tutto il territorio del Centro-Nord, occupato dai tedeschi, che il movimento di Resistenza si dispiegò, vanamente contrastato con determinazione e ferocia, da nazisti e fascisti. Furono mesi di passione e anche di terrore.

La Resistenza italiana

25 dicembre 2010 – I nazifascisti si opposero alla Resistenza, che li minacciava con azioni di guerriglia e sabotaggi, scatenando brutalità disumane che colpirono le forze della libertà e le popolazioni civili: rappresaglie ed eccidi si moltiplicarono, vennero compiute vere e proprie stragi, come a Boves in provincia di Cuneo, alle Fosse Ardeatine a Roma, a Sant’Anna di Stazzema in Versilia, a Marzabotto sull’Appennino emiliano, alla Benedicta sull’Appennino ligure-piemontese, a Bergiola e Vinca del Carrarese (ma non sono che pochi esempi tra le molte decine). Le SS (Schutz Staffen, formazioni paramilitari naziste che al termine del conflitto, al processo di Norimberga, sarebbero state definite organizzazione criminale) si distinsero per crudeltà, vuoi nell’opera di repressione antipartigiana, vuoi nella cattura e deportazione di civili e segnatamente di ebrei avviati ai Lager. In tutte le maggiori città italiane le SS organizzarono luoghi di tortura. Esse vennero coadiuvate con non minore crudeltà delle forze fasciste della Repubblica Sociale Italiana, particolarmente dalle “Brigate Nere” e dalla “X Mas”.

Superando prove durissime e benché colpito da perdite dolorose, il movimento di Resistenza si sviluppò ulteriormente. Al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), che operava nelle regioni occupate dai tedeschi e aveva sede in Milano, vennero attribuiti i poteri di “Governo straordinario”: esso fu quindi riconosciuto quale governo di diritto dell’Italia settentrionale in quanto mandatario del governo nazionale di Roma. Le varie formazioni militari partigiane vennero coordinate nel “Corpo Volontari della Libertà” e, nelle diverse regioni e zone operative, vennero istituiti comandi militari regionali, a stretto contatto con i CLN regionali e comandi zona in area di operazioni. Vaste zone vennero sottratte nella primavera-estate del 1944 all’occupazione tedesca e fascista e sorsero “Zone Libere” quali l’Ossola, Montefiorino, le Langhe, la Val Trebbia, la Carnia, Pigna, nelle quali agirono governi democratici provvisori; ma esse non poterono reggere a lungo, poiché nei loro confronti i tedeschi scatenarono offensive pesantissime costringendo i partigiani ad abbandonare paesi e vallate per ripiegare sulle montagne. Qui vennero ancora attaccati- specie nell’estate e nell’inverno del 1944, quando l’avanzata alleata si arrestò all’Appennino tosco-emiliano – ma senza averne ragione: già nei primi mesi del 1945 le formazioni partigiane tornarono alla piena efficienza e, ormai bene armate anche grazie ai “lanci” di armi effettuati via aerea dagli alleati, e propiziati dalla presenza nelle diverse zone di “missioni” alleate, furono in grado di riprendere l’offensiva che nell’aprile 1945 andò sempre più intensificandosi e che, fondendosi con il piano insurrezionale predisposto dal CLN, consentì di liberare le maggiori città del Nord prima ancora dell’arrivo della V Armata statunitense e dell’VIII Armata britannica.


Istituto “Teresa Confalonieri” – CAMPAGNA

I Figli di Tabucchi è un documentario di Luca Onesti, Daniele Coltrinari e Massimiliano Rossi che racconta la comunità italiana di Lisbona. Perché gli italiani continuano a trasferirsi numerosi in Portogallo, un paese in forte crisi economica?

La proiezione del documentario sarà occasione per parlare di mobilità giovanile con il presidente del Forum dei giovani di Campagna, Marika Cioffi, con la professoressa Antonietta Giorgio e gli alunni dell’Istituto “Teresa Confalonieri”.

L’appuntamento è alle ore 18 alla Sala Conferenze “Gelsomino D’Ambrosio”, via Antonio Vincenzo Rivelli, 9, a Campagna centro storico. Post

Per approfondimenti, curiosità, informazioni sul Portogallo e per leggere le nostre interviste e reportage potete consultare il sito www.sosteniamopereira.org o iscrivervi alla pagina facebook Sosteniamo Pereira.

Vi invitiamo ad essere presenti anche in mattinata, alle ore 10, all’”Istituto T.Confalonieri”, dove parleremo di “Rivolte e Rivoluzioni”.

I ragazzi dell’Istituto, coordinati dalla professoressa Antonietta Giorgio, presenteranno un lavoro sull’Illuminismo e la Rivoluzione Francese. Una parte della loro presentazione, in lingua francese, sarà curata dal prof. Angelo Olivieri.

Luca Onesti, giornalista e autore dell’ebook 40 anni dopo la Rivoluzione dei Garofani, racconterà invece la Rivoluzione portoghese del 25 aprile 1974.

Marika Cioffi, presidente del Forum dei giovani di Campagna parlerà delle possibilità di mobilità e di aggregazione che offre il Forum dei Giovani.

Ci sarà anche un intervento musicale, Ivan Forlenza, sassofonista, accompagnato dal prof. Rocco Celentano al pianoforte, proporrà un’interpretazione della canzone simbolo della Rivoluzione portoghese, “Grândola, Vila Morena”, del cantautore José Afonso.

I figli di Tabucchi

In Portogallo c’è una profonda recessione. I portoghesi emigrano nelle ex colonie per cercare lavoro. Nonostante questo gli italiani continuano ad emigrare a Lisbona. Perché? Di questa scelta in controtendenza racconterà il film in fase di ultimazione, I figli di Tabucchi. Un documentario girato da un fotografo, un traduttore e un giornalista (Luca Onesti, Daniele Coltrinari e Massimiliano Rosssi), tutti e tre italiani emigrati in Portogallo. Vi aspettiamo numerosi…

 

Da oggi è in vendita (a 4 euro!) il mio libro in digitale (ebook) scritto insieme a Daniele Coltrinari. Grazie davvero a tutte le persone che hanno reso possibile questo lavoro. L’ebook è acquistabile qui: http://www.ilbecco.it/component/content/article/2-non-categorizzato/7-acquista-ebook-rivoluzione-dei-garofani.html

I figli di TABUCCHI

Maggio 8, 20134 minute readby Expost

In Portogallo c’è una profonda recessione. I portoghesi emigrano nelle ex colonie per cercare lavoro. Nonostante questo gli italiani continuano ad emigrare a Lisbona. Perché? Di questa scelta in controtendenza racconterà il film in fase di ultimazione, I figli di Tabucchi. Un documentario girato da un fotografo, un traduttore e un giornalista, tutti e tre italiani emigrati in Portogallo.

Il film racconterà le storie delle generazioni di italiani emigrati a Lisbona, dove attualmente i portoghesi stanno cercando di sopravvivere alla crisi economica. Il titolo racchiude l’omaggio a Antonio Tabucchi, scomparso nella capitale portoghese il 25 marzo di un anno fa.

“Ci stavamo raccontando di Lisbona, dei tempi trascorsi durante l’Erasmus fatto anni prima, eravamo ancora a Roma a un compleanno di un amico” spiega il giornalista Daniele Coltrinari, che sta realizzando il film assieme al fotografo Luca Onesti e al traduttore Massimiliano Rossi. Anche gli autori, come le persone che intervistano nel film, sono emigrati la scorsa estate in Portogallo per realizzare il loro progetto e per trovare altre opportunità di lavoro. Perché  a volte “la perdita di un lavoro (precario) non può fare altro che farti diventare ancora più precario di prima e così siamo partiti”, racconta Daniele.

“Mi piacciono le storie. Sono anche un ottimo ascoltatore di storie. So sempre, anche se a volte resta vago, quando un’anima o un personaggio sta viaggiando in aria e ha bisogno di me per raccontarsi”, scriveva Antonio Tabucchi

Massimiliano Rossi, che da diversi anni risiede alcuni mesi dell’anno a Lisbona dove insegna italiano, ha convito ha convito Daniele e Luca a raggiungerlo e a investire con lui gli ultimi risparmi per iniziare le riprese, che sono cominciate a settembre del 2012. “Il film sarà una pellicola indipendente che presenteremo ai festival del cinema portoghesi, italiani e internazionali – raccontano i tre autori, tutti trent’enni -. Attualmente stiamo completando le ultime interviste, prima di iniziare la fase di montaggio. Per chiunque voglia partecipare con un racconto o contribuire in altre forme al documentario, può contattarci a lisbonablogger@gmail.com”.

Chi sono allora gli italiani che emigrano a Lisbona? Per trovare o costruirsi un lavoro. Sembra un paradosso, più che mai di questi tempi, ma è soprattutto di questo che parlerà il film. Una delle principali ragioni è quella di imparare la lingua, perché il portoghese è parlato da più di trecento milioni di persone nel mondo e le economie emergenti in questo momento sono i paesi come il Brasile, l’Angola e il Mozambico in cui si parla il portoghese.  Dall’altro lato c’è un fattore legato alla lingua italiana, che in qualche modo torna utile oltre che per lavori di traduzione o nella ristorazione, ma anche se si tratta di lavorare per le multinazionali che delocalizzano nel paese e cercano personale che parli italiano nei callcenter. Questa situazione la spiega bene la storia di Ilaria Federici, anche lei trentenne, emigrata a Lisbona per lavorare in italiano nel callcenter di una multinazionale, con una laurea e un master in tasca e un lavoro precario lasciato in Italia.

“La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare storie”, scriveva Tabucchi su Requiem, Sono loro i protagonisti del documentario, le generazioni figlie di Antonio Tabucchi “uno scrittore che riesce a descrivere molto bene lo straniamento di chi vive fuori dal suo ambiente naturale, declinandolo però in un senso positivo: ti fa sentire allo stesso tempo lontano e a casa propria – spiega Luca Onesti – I libri di Tabucchi sono fatti per chi ama viaggiare, per questo più generazioni di italiani in Portogallo si riconoscono un po’ in lui, perché per molti la scelta di vivere qui non è stata solo quella delle opportunità di carriera, di lavoro, di studio. Queste motivazioni sono importanti ma sono attraversate da situazioni e relazioni più impalpabili, che sono le stesse che spingono le persone che amano i viaggi a partire, che sono difficili da spiegare, più facili da provare. Sono le motivazioni di chi cerca di realizzare il proprio sogno”.

Per raccontare le cronache di Lisbona, Daniele Coltrinari e Luca Onesti hanno aperto il blog Sosteniamo Pereira. In cui raccontano delle proteste contro l’austerity, delle alternative che offre il Portogallo e la società lusitana, dei mezzi di trasporto, di sport e eventi culturali. “Un diario online su quello che accade nella capitale portoghese che abbiamo aperto quando avevamo capito che saremo rimasti qui per diversi mesi” spiega Daniele.

Il documentario I figli di Tabucchi sarà anche un viaggio in Portogallo, nella crisi che stanno vivendo i portoghesi assieme a tutti gli stranieri che abitano nel paese. Dove accade che “quando le speranze sono finite, non resta che appellarsi alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo- scrive Daniele Coltrinari in un articolo su Lettera43 – Succede anche questo nel Portogallo piegato da cinque anni di recessione, sopraffatto dai debiti e in cui quasi un cittadino su quattro è senza lavoro. I disoccupati in terra lusitana sono il 17 per cento della popolazione: il record dai tempi della fine della dittatura, nel 1974. Allora ci si appellava alla Carta universale per chiedere libertà e democrazia, oggi s’invoca per chiedere dignità” – Ffoto di Chiara Zaratin, Rua Elevador da Bica, Lisbona.


Mario Onesti

Autore: MARIO ONESTI | Scritto in: Argomenti vari, Internet, Primo piano, Società Mercoledì Apr 15,2015


Nella fabbrica di Pomodori – Eboli Piana del Sele

Autore: MARIO ONESTI | Scritto in: Argomenti vari, Internet, Primo piano, Società Mercoledì Apr 15,2015

Nella Fabbrica di Pomodori – Eboli Piana del Sele - Mamma e zia Alfonsina


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